23 gennaio 2018

'Ndrangheta stragista: dal progetto separatista a Forza Italia, passando per Rosario Pio Cattafi e Amedeo Matacena

Rosario Pio Cattafi



In aula la testimonianza dell’ufficiale della Dia Di Stefano

di Francesca Mondin 22 gennaio 2018

Sistemi criminali, eversione nera, golpe Borghese, Gladio, P2, movimenti separatisti meridionali e stragi il tutto collegato dalla presenza delle criminalità organizzate siciliane e calabresi. Sono questi alcuni dei temi affrontati dall'ufficiale della Dia Michelangelo Di Stefano ieri al processo 'Ndrangheta stragista in cui sono imputati l'ergastolano boss Giuseppe Graviano, capomandamento di Brancaccio (Palermo) e Rocco Santo Filippone, considerato vicino alla potente cosca calabrese dei Piromalli di Gioia Tauro, entrambi accusati per gli attentati che portarono alla morte dei carabinieri Antonino Fava e Giuseppe Garofalo.
Amedeo Matacena
Il teste ha fornito, citando atti giudiziari e d'inchiesta, una visione d'insieme di ciò che successe tra gli anni cinquanta e il 1993 in Italia: “C'è una sorta di analisi logica sequenziale di eventi e di link - ha detto ad inizio deposizione - che ha fatto ritenere che ci fosse un interesse da parte di alcuni esponenti della politica, della Massoneria, della criminalità e di apparati militari dello Stato a effettuare un ripristino di un sistema monarchico o comunque, una sorta di sistema gestito da entità occulte in grado di poter condizionare il quieto vivere nell'Italia democratica”.

Il progetto separatista e l'eversione nera 
Negli anni '90 nascono in tutto il sud Italia diversi movimenti separatisti da “Sicilia Libera” a “Calabria Libera” alla “Lega del Sud” che vogliono la separazione del meridione.
Un progetto che, secondo le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, era d'interesse della mafia e di soggetti come Paolo Romeo quale esponente massone appartenente alla struttura Gladio collegato ai servizi segreti italiani” ha spiegato l'ufficiale della Dia rispondendo alle domande del procuratore aggiungo Giuseppe Lombardo (in foto). In realtà già nel 1976 emerge “un progetto separatista” ha aggiunto il teste parlando del boss “D’Agostino, vicino a Pierluigi Concutelli, che avrebbe avuto una serie di riunioni a Roma nei pressi di via Veneto in cui avrebbero partecipato elementi dell’intelligence libica e il leader Gheddafi il quale sarebbe stato interessato a sponsorizzare il progetto di eversione in questi termini”.
Dunque il “disegno eversivo tra colletti bianchi, poteri massonici e criminalità” di cui hanno parlato diversi pentiti, “tra i tanti Filippo Barreca e Pasquale Nucera, secondo le risultanze raccolte dall'ufficiale della Dia sarebbe diventato operativo a partire “dall'accordo del 1991”, nonostante “da altre risultanze pare possa essere già definibile sin dall'indomani dei moti di Reggio Calabria e del golpe Borghese perché ci sono una serie di accadimenti temporali che riguardano eventi criminali di un certo rilievo che hanno un identico filo conduttore e che riguardano dei soggetti che dal 1969 al 1993 avrebbero occupato delle poltrone della destra eversiva, tra questi Giuseppe Schirinzi attivista di Avanguardia nazionale poi diventato presidente della Lega Sud.
Proprio in riferimento al Golpe Borghese Di Stefano ha riferito che durante i moti di Reggio Calabria “ci sarebbero state 4000 persone in armi comandate da Antonio Nirta, pronte a partecipare al golpe Borghese”. Golpe nel quale “secondo alcuni pentiti c'erano delle cointeressenze anche della mafia siciliana”. Il teste ha confermato che lo stesso Antonio Nirta chiamato "du nasi" sarebbe stato “presente in via Fani il giorno del rapimento di Aldo Moro come confermano le recentissimi indagini del Racis dei carabinieri su alcune foto ritrovate tra il 2016 e 2017. Di lui, ha spiegato il teste, “si sarebbe parlato come uomo dei servizi segreti e confidente del generale Delfino”.

Le riunioni del 1991
Nel 1991 poi ci furono delle riunioni tra vertici di 'Ndrangheta a cui avrebbero partecipato anche esponenti di Cosa nostra siciliana, secondo le dichiarazioni dei pentiti, per decretare la pace e la fine della seconda guerra di mafia tra i De Stefano-Tegano da una parte e gli Imerti-Condello dall'altra. In quelle riunioni “emerge l'interesse dei soggetti criminali per la pace perché altrimenti i progetti in atto non potevano andare avanti” ha detto Di Stefano.

Allo stesso anno risalgono gli incontri avvenuti prima dell'omicidio del giudice Antonio Scopelliti“tra mafia siciliana e 'ndrangheta in relazione a questo obiettivo dove sarebbe stato anche presente Totò Riina vestito da sacerdote” ha specificato il teste.

Il 28 settembre infine c'è un'altra riunione importante, il summit tra esponenti dell’élite della ‘ndrangheta reggina, rappresentanti delle famiglie calabresi impiantate in Canada, Australia e Francia, Cosa nostra americana e i camorristi napoletani.
Quel giorno, secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Pasquale Nucera “era presente anche Amedeo Matacena jr (ex parlamentare del Pdl oggi latitante a Dubai, ndr) - ha ricordato l'ufficiale - assieme all'avvocato Giovanni Di Stefano”, uomo ambiguo ritenuto “vicino all'ex presidente serbo Milosevic” e al “Comandante Arkan”“interessato a un business che riguardava il traffico di armi e scorie radioattive”.
Lo stesso infatti “avrebbe avuto la disponibilità di undici mila uomini messi a disposizione dal comandante Arkan” ha detto l'ufficiale ricordando le dichiarazioni di un ufficiale dei servizi di sicurezza serbi diventato poi collaboratore di giustizia. Questi avrebbe parlato in merito a “degli accordi tra la mafia siciliana e il comandante Arkan in relazione alla consegna di armi da guerra e un milione di dollari in favore della Lega Sud per il progetto separatista”.

Matacena jr
Proprio alla luce di quel summit del settembre 1991 si potrebbe meglio comprendere il ruolo che potrebbe aver avuto Amedeo Matacena jr per la 'Ndrangheta.
Ad esempio, c'è una conversazione intercettata e finita agli atti dell’operazione “Mare-Monti” fra Leonardo Guastella e Antonio Cordì, il quale limpidamente afferma: “La prossima volta andiamo e ci facciamo l'accordo a Reggio con Matacena e votiamo il suo, perché hai visto, se ne sono fottuti di lui. Matacena se vuole mi candida a me”.

Dalla narrazione dall'ufficiale della Dia emergerebbe come già il padre, l’armatore Amedeo Matacena senior, per i clan reggini sarebbe stato un cruciale punto di riferimento. Matacena senior, imprenditore impegnato sul fronte delle navi e del traghettamento “si sarebbe accordato con la destra eversiva in quanto interessato a coinvolgimento nella società Caronte” ha spiegato l'ufficiale Di Stefano sulla base dei dati raccolti.

In particolare è stato fatto riferimento al memoriale del collaboratore di giustizia Giuseppe Albanese ed alle dichiarazioni del pentito Filippo Barreca, ex capolocale di Pellaro. Quest'ultimo, secondo quanto riferito dal sostituto commissario, ha inserito Matacena senior tra gli affratellati della loggia segreta che Franco Freda, fuggito da Catanzaro dove era imputato per la strage di piazza Fontana e per mesi “ospite” del clan De Stefano, avrebbe creato durante la sua latitanza a Reggio Calabria. "La loggia – aveva messo a verbale il pentito – mirava ad assicurarsi il controllo di tutte le principali attività economiche - compresi gli appalti - della Provincia di Reggio Calabria, al controllo delle istituzioni, a cui capo venivano collocate persone di gradimento e facilmente avvicinabili, all’aggiustamento di tutti i processi a carico di appartenenti alla struttura, all'eliminazione, anche fisica, di persone "scomode" e non soltanto in ambito locale". "Di fatto - diceva Barreca - si era creato un gruppo di potere che gestiva tutto l'andamento della vita pubblica ed economica in sintonia con altri gruppi costituitisi in altre città italiane". 

Forza Italia
L'interesse delle mafie per i progetti separatisti va scemando “intorno al 1994 – ha spiegato in aula il sostituto commissario Di Stefano – con un disimpegno dei Graviano e Brusca in quanto interessati in un nuovo soggetto politico che sarebbe stato individuato in Forza Italia”. 
Anche Bagarella,  fra i primi sostenitori del progetto di costruzione di un soggetto politico di diretta espressione dei clan, "con il tempo - ha aggiunto - ha rinunciato al progetto e si è allineato con Provenzano e i Graviano che erano già orientati su Forza ItaliaEdoardo La Bua sarebbe stato uno dei soggetti che avrebbe avuto il compito di travasare i consensi e le risorse che in precedenza erano nel progetto Sicilia Libera e riversarle nel progetto Forza Italia”.

Rapporti Santapaola e De Stefano
L'ufficiale della Dia ha più volte evidenziato il legame tra Nitto Santapaola, boss catanese legato ai Quattro cavalieri del lavoro (Mario Rendo, Gaetano Graci, Francesco Finocchiaro e Carmelo Costanzo) e il potente clan reggino dei De Stefano.
 
Del rapporto di Nitto Santapaola con i De Stefano “sono stracolmi gli annali giudiziari - ha detto l'ufficiale Michelangelo Di Stefano - sin a partire dall'indagine drogauno” dove si registrano “i primi business che riguardavano i traffici di stupefacenti assieme anche alla mafia calabrese”. Altro fatto importante che segna il legame tra la famiglia catanese e quella reggina sarebbe “l'attentato all'ingegnere Gennaro Musella, che sarebbe stato effettuato dalle organizzazioni criminali reggine su mandato e input della criminalità catanese di Nitto Santapaola con la consegna di un telecomando”. In seguito ad alcuni appalti “degli impianti di costruzione di Bagnara Calabra a cui erano interessati gli imprenditori Costanzo di Catania che beneficiavano della tutela di Nitto Santapaola.
Non meno interessante, per comprendere il legame fra le due cosche è “quanto emerge dagli atti “Olimpia” riguardo la presenza di Nitto Santapaola e di altri latitanti presso delle ville di cortesia offerte da persone della Reggio Calabria bene”

Rosario Pio Cattafi

Nell'informativa Nagasaki ed altri procedimenti, ha spiegato il teste, si parla anche di Rosario Pio Cattafi di Barcellona Pozzo di Gotto, come di “una persona collegata a destra eversiva e cosa nostra siciliana”Rosario Pio Cattafi “sarebbe stato implicato in una serie di traffici di stupefacenti con la cosca Santapaola, i fratelli FemiaRocco Papalia e Barreca Filippo”. 

Fra tutte le frequentazioni di rilievo emerse dagli atti - ha aggiunto il teste – assume importanza quella legata in precedenza con Rampulla Pietro, persona che poi nel contesto della strage di Capaci viene indicato quale uno dei soggetti esecutori materiali che avrebbe provveduto al recupero del materiale esplosivo”. 
L'udienza è stata rinviata a lunedì 22 gennaio, mentre l'esame dell'ufficiale Michelangelo Di Stefano riprenderà il 26 gennaio. [link]

18 gennaio 2018

Il grilletto facile contro i grillini

Paolo Borsellino - Saverio Lodato

18 marzo 2018


di Saverio Lodato

Si apprendono molte cose guardando la televisione in questi giorni di agonia preelettorale. Saltando da un canale all’altro, la situazione non cambia, ritrovandosi lo spettatore di fronte a un assortimento di facce di opinionisti che son sempre gli stessi, sono giustamente animati dal medesimo punto di vista, arretrano o incalzano a seconda di chi sia l’interlocutore di turno. E ne avremo ancora per altre sei settimane.
Ma non può sfuggire a nessuno che per la stragrande maggioranza dei media, il Pericolo Pubblico Numero 1 è ormai rappresentato dai 5 Stelle, che i sondaggi, per quel che valgono i sondaggi, danno come il partito di massimo gradimento degli italiani.
I grillini?
I grillini sbagliano i congiuntivi, difettano di democrazia interna, sono di proprietà della Casaleggio associati, non vogliono vaccinare la gente, vogliono stare fuori dall’euro, sono inesperti nell’arte di governare, vogliono garantire lo stipendio fisso a giovani fannulloni per starsene a casa, fingono spudoratamente di non essere di destra, di centro o di sinistra perché alla Geometria Parlamentare non è mai sfuggito nessuno, sono responsabili dei maiali in libera uscita per le strade di Roma, di "Spelacchio" che doveva essere più agghindato, pretenderebbero di imporre centomila euro di multa ai "voltagabbana" di Camera e Senato quando sanno benissimo che nessuno li caccerà mai fuori, hanno i loro begli avvisetti di garanzia ma fanno i moralisti con gli avvisi degli altri, sono populisti, demagoghi, ciarlatani, come si conviene a un movimento che è stato costruito su misura da un ex comico.
Sono solo alcune delle contestazioni - l’elenco completo sarebbe assai più lungo - che gli opinionisti dalle idee fredde, ma dal cuore caldo, rovesciano un giorno sì e l’altro pure sui 5 Stelle, o in TV, o sui giornali.
Stando all’Agcom, i giornalisti che vanno in televisione dovrebbero, prima di entrare in salotto, rivelare come la pensano, svelare le loro appartenenze politiche, mettendo così lo spettatore in condizione di capire a che gioco si stia giocando. In tanti, hanno protestato vivacemente, ritenendola una richiesta da regime autoritario, e benissimo hanno fatto a protestare. Ci mancherebbe. 
Ma il fatto è che, forse, lo spettatore si rende benissimo conto che la stragrande maggioranza degli opinionisti entra in salotto con lo scopo dichiarato di "dagli al grillino".
Ma vedete, ci sono giorni in cui non è il grillino ad avere le luci della ribalta, bensì i rappresentanti di tutti gli altri schieramenti politici. Fateci caso: in quel caso - la ripetizione è inevitabile - la musica cambia, eccome se cambia. E’ tutta un’altra musica. 
Non ci sono gli interrogatori di terzo grado. Non si accendono lampadine in faccia alla preda di turno.
Non si toglie la parola all’interpellato se sta andando - come si dice calcisticamente - in rete, non si manda la pubblicità a tradimento, non si gioca di telecamera, non si adoperano giudizi sgradevoli, non si da mai niente per scontato, sebben certe cose siano scontatissime ormai agli occhi degli italiani, insomma si suona il violino in comune, a due mani, nella convinzione - per carità legittimissima - che nessuno degli altri partiti, che presenteranno le loro liste, costituisca un Pericolo Numero 1 per la Nazione Italia come lo costituiscono i 5 Stelle.
Però, così, il gioco è dopato.
Abbiamo fatto l’elenco, all’inizio di queste righe, di tutte le nefandezze contestate al movimento che, sino a prova contraria, i sondaggi danno come il più amato dagli italiani.
Piccola parentesi: gli opinionisti amano sdraiarsi su una rappresentazione dei comportamenti elettorali che vedrebbe centro destra, centro sinistra, e 5 Stelle, più o meno sulla stessa dirittura d’arrivo.
E’ diventata una vulgata bislacca, contro la quale non si può far nulla. Salvo poi scoprire: 1) che il PD veleggia grosso modo 5 punti al di sotto dei 5 Stelle, avendo perso quasi la metà di quel quaranta per cento ottenuto alle ultime europee, e avendo governato per quattro anni e continuando a governare; 2) che a votare per Forza Italia - è sempre ai sondaggi che ci riferiamo - sono l’esatta metà degli elettori dei 5 Stelle; 3) che lo stesso discorso vale per quelli della Lega. 4) particolare non secondario che la legge elettorale, il Rosa Porcellum, è stato approvato da tutti gli altri proprio per fregare i 5 Stelle.
Per chiudere la parentesi: forse gli opinionisti potrebbero cercare di capire, e spiegarci, come mai, nonostante tutto, gli italiani si siano infatuati di un movimento che sbaglia clamorosamente i congiuntivi, che si è ridotto drasticamente lo stipendio (ogni tanto, non sempre, ma andrebbe pur sempre ricordato), e che in tutta evidenza non viene percepito come il Flagello del Populismo Antisistema. 
Come mai?
Ma non vogliamo farla troppo lunga.
Prima di arrivare alla fine di questa campagna elettorale, ci piacerebbe sentire che in televisione si ha il coraggio di fare anche altre domande. Per esempio.
Qualcuno, nella tv pubblica o in quelle private, avrà il coraggio di interrompere Silvio Berlusconi mentre promette una durissima lotta all’evasione fiscale con questa semplice domanda: "ma scusi, onorevole Berlusconi, ma lei non è stato condannato in via definitiva per frode fiscale?". E qualcuno arriccerà il naso di fronte alla dicitura del simbolo Forza Italia "Berlusconi presidente", visto che Berlusconi è impresentabile, ineleggibile, già interdetto dalla vita politica?
Qualcuno di quelli che se hanno davanti il grillino ci vanno giù duro su "Spelacchio", quando si troveranno di fronte Matteo Renzi, riusciranno a chiedergli conto, in maniera altrettanto forte e chiara, delle segnalazioni finanziarie al suo patron, l’ingegner Carlo De Benedetti, al fine di fargli raggranellare una manciata di "appena" seicento mila euro?
E invece. Guardate come lo difendono: "ma la notizia già era nota negli ambienti degli addetti ai lavori, e come mai De Benedetti si accontentò "solo" di seicentomila euro quando grazie a Renzi avrebbe potuto investire e guadagnare molto di più?..." 
Certo: questa sarebbe anche materia da magistratura romana. Ma in questi casi, la magistratura romana, prima di archiviare tutto - come ha fatto, e non solo in questo caso - incardina sempre una sua bella indagine sulla "fuga di notizie". E tutto si sistema.
Quanto a Salvini, è persino vietato far domande.
Il suo potremmo infatti definirlo il movimento dei "razzisti che sbagliano", ma che almeno non sbagliano i congiuntivi...
Insomma, son bravi ragazzi.
Abbiamo solo cercato di spiegarvi il titolo di questo articolo: "il grilletto facile contro i grillini".
Chissà come gli girerà agli italiani il prossimo 4 marzo.
(Sia chiaro, a scanso di equivoci: neanche noi abbiamo deciso come ci comporteremo il 4 marzo).

16 gennaio 2018

Gli inceneritori portano INGIUSTIZA e MORTE!

Gli inceneritori portano INGIUSTIZA e MORTE!   
Sono un FURTO di RISORSE PUBBLICHE!  Un veleno travestito da medicina! #Cacciamoli #FUORIdaiPOLMONI! #siciliaLIBERA #NOinceneritori  Domenica 28 Gennaio, ore 15.00 - Milazzo


Sgarbi, Musumeci e Micciché: tutti per Mori appassionatamente

MORI E DELL'UTRI

15 gennaio 2018 di Lorenzo Baldo


di Lorenzo Baldo

Il lancio di agenzia è laconico: “Sarà proiettato mercoledì 17 gennaio, alle 11, nella Sala Mattarella di Palazzo dei Normanni, a Palermo, il docufilm ‘Generale Mori - Un’Italia a testa alta’ di Ambrogio Crespi. L’iniziativa è stata promossa dall’assessore regionale ai Beni culturali Vittorio Sgarbi in collaborazione con il presidente dell’Ars Gianfranco Micciché. La proiezione sarà preceduta da un incontro al quale, oltre a Sgarbi e Micciché, saranno presenti il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno”. Immediati arrivano i commenti politici. “Questa è una autentica vergogna - afferma Fabio Granata, tra i fondatori del movimento ‘Diventerà Bellissima’ del governatore Nello Musumeci - mentre il processo sulla Trattativa entra nella fase più delicata questa farsa disonora il Parlamento e la politica siciliana. Di questo passo altro che bellissima diventerà. Penso a Paolo Borsellino e questo non è accettabile”. Dello stesso avviso l’ex candidato alla presidenza della Regione per il Movimento 5 Stelle, Giancarlo Cancelleri“E’ una vergogna, con tutto il garantismo che vogliamo, resta il fatto che Mori è imputato in un processo importante per l'Italia e la Sicilia. Qui siamo all'assoluzione preventiva. Sgarbi non è nuovo a queste iniziative e adesso trova la sponda del presidente dell'Ars. Sgarbi e Micciché fanno revisionismo e lo fanno nel Parlamento: adesso vediamo se il presidente della Regione, nonché ex presidente della commissione Antimafia, starà ancora in silenzio. Perché così Sgarbi e Micciché sono il gatto e la volpe e Musumeci il pinocchio che si fa abbindolare”. Dal canto suo Sgarbi contrattacca difendendo ulteriormente Mori con lo scudo della “presunzione di innocenza” e ricordando che quel film è già stato proiettato alla Camera dei Deputati. Fin qui la cronaca dei fatti. Ma è dietro le quinte che i burattinai continuano a muovere i fili. Che reggono le mani di Vittorio Sgarbi quando organizza un simile evento in piena requisitoria al processo sulla Trattativa Stato-mafia? Chissà. Certo è che il neo assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia continua a trarre linfa vitale dalle polemiche che egli stesso solleva all’interno di un gioco perverso con i media. E di questo vi è ampia traccia a partire dagli anni ‘90 quando attaccava e delegittimava impunemente il pool antimafia guidato da Gian Carlo Caselli, fino ai giorni nostri quando decide di vomitare insulti e menzogne nei confronti del pm Nino Di Matteo e del processo sulla Trattativa. Magari il burattinaio che manovrerebbe il famoso critico d’arte per destabilizzare il clima attorno all’aula bunker dell’Ucciardone, dove un pezzo di Stato “infedele” è alla sbarra assieme a mafiosi e pentiti, sa bene di trovare terreno fertile in un contesto sociale per troppi aspetti pavido e complice? Non ci è dato sapere. E’ solo farina del suo sacco? E chi lo sa. Di sicuro il gravissimo segnale che giunge attraverso questa indebita proiezione si materializza in un Paese anestetizzato dalla stragrande maggioranza dei mezzi di informazione. Che sono sempre più funzionali ad un sistema di potere. Il quale, salvo rarissime eccezioni, censura l’informazione evitando accuratamente di dare spazio alla requisitoria del processo sulla Trattativa. E questo perché? Forse perché in questo processo emerge chiaramente il ruolo ambiguo del generale Mario Mori, il cui “modus operandi” è “stato, da sempre e per sempre, ‘Oltre’ o ‘Contro’ le leggi e le regole”? Meglio forse non parlare di quando Mori è stato allontanato dal Sid (il servizio segreto dell’epoca) “nel più breve tempo possibile”, così da evitare la sua ingombrante presenza a Roma “fino alla fine del processo Borghese”? Meglio non parlare dei suoi possibili rapporti con la P2 di Licio Gelli e con il mondo sommerso dell’eversione nera?
Massì, meglio parlare dell'"eroe", così come recita l’incipit pubblicitario del film sulla sua vita, partendo dalla “nascita dei Ros e del nuovo ‘metodo’ per la lotta alla mafia, gli arresti eccellenti, fino alle dolorose vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto e da cui è uscito totalmente innocente”. E se in questo caso nessuno contesta l’assoluzione confermata dalla Cassazione in merito alla mancata cattura di Provenzano, su cui però gravano parecchie ombre, restano intatte le tante zone d’ombra su cui questo processo sta facendo luce. E in un Paese “pinocchio” come L’Italia che si fa? Chissenefrega della requisitoria: organizziamo la proiezione del film su Mori a Palermo durante il processo e infine programmiamo la messa in onda del film a marzo - sempre durante il processo - sulle reti Mediaset! Così spieghiamo agli italiani che Mario Mori è un eroe, un salvatore della Patria, un martire, un vero servitore dello Stato. Chi vuoi che si lamenterà? Quegli stessi elettori che hanno portato Sgarbi a diventare assessore? Quegli altri che guardano la partita dagli spalti, magari lamentandosi pure, ma che non muovono un dito per cambiare lo stato delle cose? O un presidente della Regione che spedisce gli inviti ufficiali alla presentazione di questo film, che immancabilmente chiariscono da che parte sta in questo gioco pericoloso nel quale si mandano segnali obliqui verso chi è impegnato in questo processo? E allora, se ancora esiste un popolo capace di indignarsi è bene che con ogni mezzo democratico faccia sentire la sua presenza. Prima che il vuoto che avanza lo possa ingoiare definitivamente. [link]



15 gennaio 2018

Processo trattativa Stato-mafia l'azione dei vertici del Ros ed il sostegno politico




Di Matteo: “Uomini delle istituzioni hanno parlato solo dopo Ciancimino jr”

di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
MARTELLI
Il Ros coltivò un sostengo politico alla sua iniziativa e soggetti che per anni hanno taciuto come la dottoressa Ferraro, Martelli e Violante, benché più volte sentiti, sugli stessi argomenti e su tutto quanto fosse a loro conoscenza sulle stragi del 1992, nei processi celebratisi a Caltanissetta ed anche in Commissione antimafia, hanno aspettato le dichiarazioni di Massimo Ciancimino e la loro progressiva pubblicità per presentarsi davanti ai magistrati e riferire i fatti”. 

Non possono esserci scuse, secondo il pm Nino Di Matteo, per tutti quei rappresentanti delle istituzioni che in tanti anni si sono trincerati nel silenzio. 

VIOLANTE

Secondo il pm, che ha proseguito la propria requisitoria, tutti costoro “hanno dimostrato un atteggiamento prudente” addirittura con l’intento di “salvaguardare gli imputati” o a “non evidenziare in maniera troppo aperta la gravità oggettiva che i loro racconti evidenziavano rispetto alla condotta degli imputati”. Alcuni di questi, come Violante e Martelli tramite alcune interviste, hanno persino “cercato di criticare e delegittimare fuori dal processo un impianto accusatorio che con le loro dichiarazioni avevano contribuito a consolidare”.



Le dichiarazioni della Ferraro

Ma quali sono le dichiarazioni degli “smemorati” di Stato? Liliana Ferraro, all’epoca del contatto Ros-Ciancimino divenuta reggente dell’ufficio affari penali, sentita al processo nel giugno 2016 ha riferito che prima della visita al ministero non conosceva De Donno, e che fino al maggio del ‘92 “non esisteva alcun tipo di rapporto”. Ugualmente con Mori non aveva “nessuna confidenza”. E’ lei a riferire, seppur con una certa lentezza ed incertezza, dell’incontro avuto con il capitano De Donno in occasione del trigesimo della morte di Giovanni Falcone (attorno al 23 giugno) e che questi le aveva detto dei contatti intrapresi con Vito Ciancimino per il tramite del figlio Massimo e che volevano fare un salto di collaborazione (“Mi chiese di dirlo al ministro Martelli e io effettivamente lo dissi a Martelli. Gli suggerì di dirlo al dottor Borsellino”). Stimolata dalle domande del magistrato la Ferraro aveva poi dichiarato che “De Donno aveva affermato di voler fermare le stragi o lo stragismo e che i carabinieri avrebbero parlato con Borsellino, e che volevano un sostegno politico, una condivisione politica perché Vito Ciancimino era un personaggio di prim’ordine”. 

Secondo l’accusa “che un magistrato di quella esperienza, di indubbia vicinanza al dottor Falcone non abbia ulteriormente approfondito il tema ci sembra poco plausibile”. La Ferraro ha anche raccontato di aver incontrato Borsellino il 28 giugno del 1992 all’aeroporto di Fiumicino e di avergli riferito del contatto con De Donno rispetto alla vicenda degli incontri con Vito Ciancimino ed anche della richiesta di sostegno politico all’iniziativa del Ros. A detta della Ferraro Borsellino non mostrò sorpresa ed avrebbe detto “Ci penso io”. Ugualmente aveva avvisato anche Martelli il quale “si irritò molto arrivando a dire ‘questi del Ros si intromettono in indagini Dia…’ e che era opportuno parlare con Borsellino”. 
Liliana Ferraro negli USA

La Ferraro - ha ricordato Di Matteo - racconta queste cose dopo le prime dichiarazioni di Massimo Ciancimino e di Martelli ad una trasmissione televisiva con Michele Santoro. Dopo quelle dichiarazioni verrà chiamata dall’autorità giudiziaria di Caltanissetta". E’ sempre la Ferraro a raccontare alcuni dettagli di un incontro avuto con Mori nell’ottobre 1992: “Mi chiesero se era possibile avere un passaporto per Vito Ciancimino anche questa storia me la fece ricordare il ministro Martelli, non chiesi a Mori perché non andavano a perorare questa richiesta al questore o all’Autorità giudiziaria”. Anche in questo caso Di Matteo evidenzia come non vi sia stato alcun approfondimento da parte della stessa dirigente nonostante la richiesta irrituale. “La Ferraro non fa nessuna domanda, non ricorda nulla - ha aggiunto il pm - Anzi dice qualcosa che è difficile da accettare. Quando gli facciamo presente del suo incontro con Mori il 27 luglio 1992. la Ferraro dice che fu una cena a casa della Ferraro con Mori. E quando gli si chiede ‘Ciancimino fu menzionato in quella cena?’ Lei risponde, ‘Non abbiamo più parlato di Vito Ciancimino’”. “E’ difensivo l’atteggiamento della Ferraro - ha insistito Di Matteo - Dopo Capaci sa che i carabinieri stanno parlando con Vito Ciancimino, avvisa Paolo Borsellino, che dice ‘ci penso io’, il 19 luglio accade quello che accade e in quella cena la Ferraro, consapevole di quei rapporti in corso non gli chiede nulla su Vito Ciancimino, se avevano informato Borsellino, se poteva esserci una connessione”. 

Ma non finisce qui. “La verità - ha ribadito Di Matteo - è che tutta la sua deposizione è finalizzata a sminuire ed in alcuni passaggi appare inverosimile ciò che viene affermato, come il mancato approfondimento su Ciancimino e la nuova sollecitazione del passaporto, la falsità che avesse riferito quelle cose già al dottore Chelazzi. Lo studio degli atti processuali ci dimostra che noi avevamo chiesto alla Ferraro se avesse avuto una qualche notizia sulla genesi della nomina di Di Maggio e lei aveva detto di non saperne nulla. Poi vengono rese note le intercettazioni tra Mancino e D’Ambrosio (che dice che la nomina di Di Maggio era stato scritta nell’ufficio della Ferraro) ed allora lei ricorda”.



Il contributo di Martelli
Anche l’ex Guardasigilli Claudio Martelli ha riferito certi fatti solo dopo la testimonianza del figlio di don Vito. Rispondendo alle domande dei pm ha risposto che la Ferraro le disse che De Donno aveva chiesto “il sostegno politico, una richiesta di copertura politica senza avere informato l’Autorità giudiziaria e senza riferire alla Dia… Io dissi alla Ferraro che doveva immediatamente informare Borsellino e io informai il ministro Mancino e con il gen. Tavormina… Chiesi poi alla Ferraro se avesse informato Borsellino e lei mi disse di si ‘ha detto che ci pensa lui’”. Ed è sempre Martelli a raccontare di come si arrabbiò quando seppe dalla Ferraro che i CC avevano chiesto aiuto per il rilascio del passaporto.



Violante elemento di prova
Secondo l’accusa le dichiarazioni dell’ex presidente della Commissione antimafia Luciano Volanterappresentano “un elemento di prova eccezionale, soprattutto per Mori”. Dopo aver ricordato i motivi che portarono il politico a rivolgersi all’autorità giudiziaria (un articolo del Corriere della Sera in cui Massimo Ciancimino lo tirava in ballo) Di Matteo ha rappresentato le sue dichiarazioni: “Mi ricordai che Mori mi aveva chiesto subito dopo il mio insediamento alla carica dell’Antimafia dicendo che Vito Ciancimino voleva un colloquio riservato con me”. Un atto anomalo se si considera che Ciancimino non è uno qualunque ma un pregiudicato, condannato in primo grado per associazione mafiosa e già noto come “l’anima politica dei corleonesi”. 
Ed è sempre Violante a riferire che in un colloquio Mori gli disse che il motivo di quella richiesta era politico (“Io dissi a Mori, avete informato l’Autorità giudiziaria di questi contatti con Vito Ciancimino? Lui mi disse no perché è una questione politica”). Una dichiarazione per i pm molto importante così come quelle di Fernanda Contri, diretta collaboratrice del nuovo presidente del Consiglio Giuliano Amato.



Silenzio Amato-Tavormina
Partendo dalle sue agende la dottoressa Contri parla di due incontri non casuali con Mori alla Presidenza del Consiglio avvenuti il 22 luglio 1992 e nel dicembre del ’92 successivamente all’arresto di Contrada e cioè il 24 dicembre.
Due incontri con Mori. “Al di là del dubbio che la dott.ssa Contri ha circa l’origine del primo incontro - ha evidenziato Di Matteo - cioè se a prendere l’iniziativa fosse stata lei o Mori, la Contri riferisce che Mori le dice: ‘sto avendo incontri con Vito Ciancimino, sto avendo degli incontri e mi sono fatto l’idea che è uno dei capi se non il capo della mafia… questa cosa mi sconvolse…’. Parole che si riferiscono ad incontri in corso già avuti, non ha dubbi che Mori si riferisse a incontri in pieno svolgimento”. Inoltre la Contri è certa che nel periodo in cui incontrò Mori la seconda volta, in dicembre, l’oggetto era l’arresto dell’ex numero tre del Sisde Bruno Contrada. Non solo. La Contri ha anche dichiarato di aver riferito ad Amato le parole di Mori, anche se l’ex Presidente del Consiglio in aula “ha riferito di non ricordare nulla”, così come ha detto di non sapere nulla dei rapporti Ciancimino-carabinieri il generale Tavormina mentre sempre la Contri ha dichiarato di aver avuto conferma da lui di quel dato quando ancora don Vito era libero.


Processo trattativa, Di Matteo: ''Scalfaro principale attore in vicende, snodo del dialogo tra Stato e mafia''


“Sbagliato sottovalutare dichiarazioni Agnese Borsellino”

Scalfaro - Napolitano


di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
Dall’elezione del Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, all’avvicendamento al ministero degli Interni tra Vincenzo Scotti e Nicola Mancino, passando per le dichiarazioni di Agnese Borsellino e della giornalista Sandra Amurri. Sono questi i temi affrontati nel corso di questa nuova giornata di requisitoria dei pm al processo trattativa Stato-mafia. Il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo ha pesato le parole con grande attenzione quando si è trattato di ricostruire il clima politico che attraversava il Paese in quei primi mesi del 1992. “Rispetto ad una trattativa che è politica dobbiamo allargare la visuale, porci in quella visuale d’analisi delle vicende politiche connesse alla formazione del nuovo Governo” ha ricordato il magistrato rivolgendosi alla Corte d’assise presieduta da Alfredo Montalto. Ci furono le elezioni del 5 aprile ed il vecchio Governo rimase in carica fino alla formazione del nuovo (Governo Amato) il 28 giugno del 1992. “La composizione del nuovo Governo non era imprevedibile rispetto alla crisi - ha ribadito il pm - ma era conseguenza della fine della legislatura precedente. Nel frattempo, subito dopo la strage di Capaci, venne eletto il Presidente Oscar Luigi Scalfaro. Quel Presidente con le sue decisioni, con il suo attivismo politico ed istituzionale non solo è stato arbitro, ma è stato il principale attore anche in vicende che hanno segnato snodi nel dialogo tra Stato e mafia: la nomina di Mancino, quella di Conso, l’avvicendamento ai vertici del Dap tra Amato e Capriotti con vice Di Maggio; l’attivismo diretto e importante finalizzato a influire sulle nomine più importanti persino nelle forze di polizia”. Ed è in questo senso, ad esempio, che secondo l’accusa vanno lette le dichiarazioni di Fernanda Contri la quale ha dichiarato che "non si decideva niente se non c'era l’avallo e il gradimento di Scalfaro".
L’ex Capo dello Stato, deceduto nel gennaio 2012, è uno degli imputati mancati in questo processo. Di Matteo ha parlato di “evidente reticenza e falsità” rispetto alle dichiarazioni rilasciate alla Procura di Palermo il 15 dicembre 2010 quando dichiarò di non sapere nulla sull’avvicendamento ai vertici del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) tra Amato e Capriotti e di non aver avuto nulla da dire su Parisi “su una possibile trattativa o connessione tra 41 bis e gli episodi stravisti del 1993”. “Noi - ha ricordato Di Matteo - acquisimmo dopo le prove del mendacio di Scalfaro, dopo aver raccolto le dichiarazioni del monsignor FabbriGifuni ed altri. E c’è un contrasto netto ed insanabile tra Scalfaro e le dichiarazioni di Napolitano che ha riferito che tra le alte cariche dello Stato, dopo gli attentati del’93, era chiara la convinzione che quelle bombe rispondessero ad una sorta di ricatto  dell’ala corleonese di Cosa nostra per migliorare il regime carcerario”.   



La rottura dell’asse Scotti-Martelli
Nella ricostruzione dell’accusa emerge che in quel periodo c’era una forte discussione politica per cacciare Scotti dal Viminale ed allontanare Martelli dal ministero della Giustizia. Di Matteo ha ricordato le parole di Martelli all’udienza del 2016 (“Craxi non vuole che tu rimanga alla giustizia, ti propone di andare alla Difesa. Io risposi che avevo perso il migliore dei miei amici e resto qua, e do battaglia, e poi ci siamo lasciati un po’ freddamente… Ne parlammo subito con Scotti… ci volevano togliere da lì tutti e due perché avevamo esagerato nell’offensive a Cosa nostra con il 41 bis… Era auspicabile rimuovere Marteli dalla giustizia e ancora più importante Scotti dagli Interni”) e quelle di Scotti nel maggio 2014, rispetto alla stesura del 41 bis. “Noi eravamo conviti che la discussione Parlamentare non sarebbe stata facile. Avevamo netta la difficoltà enorme del passaggio parlamentare che era difficile convertire quel decreto in legge… che non sarebbe stato approvato, sottoposto a uno stravolgimento… l’on Gargani, presidente della Commissione giustizia, mi pose più volte la necessità di riflettere e di attendere il nuovo governo… il suggerimento era "Voi siete dimissionari, casomai il decreto verrà riproposto...”.

Scotti, in dibattimento, ha più volte ribadito di non voler accettare il cambio di ministero (“Risposi di no, io mi ero impegnato come ministro degli Interni, era necessario far valere gli interessi istituzionali e mi dimisi da ministro degli Esteri”) e di aver aspettato un mese per le dimissioni solo perché Giuliano Amato lo pregò di soprassedere a quella decisione per consentire all’Italia la partecipazione ad alcuni vertici internazionali.

Secondo l’accusa, dunque, la maggioranza uscita dalle urne consentiva di confermare l’asse Scotti-Martelli. 
Oggi - ha aggiunto Di Matteo - si vuole far credere che l’avvicendamento tra Scotti e Mancino è avvenuto per la regola statutaria della Democrazia cristiana sul doppio ruolo istituzionale e parlamentare. Ci sono però le dichiarazioni dell’onorevole De Mita che ha detto che questa cosa c’era dagli anni ‘60, qualche volta è stata applicata e qualche volta no. Ma se quello dell’incompatibilità fosse stato il vero motivo della mancata riconferma al Viminale che senso aveva nominare Scotti alla Difesa? La verità è che per consentire la linea del dialogo, e affinché la trattattiva che il Ros stava facendo con Vito Ciancimino e con Riina non trovasse ostacoli, era necessario liberarsi di chi della linea dell’intransigenza aveva fatto la sua bandiera dimostrandolo con i fatti”. L'accusa sostiene ha quindi sostenuto che la strategia per addivenire ad un accordo era quella di spostare l'asse politico verso un'altra corrente - quella della sinistra democristiana- a cui apparteneva il ministro Mannino che sarebbe stato tra i fautori della linea del dialogo.



Mannino e Gargani nel racconto di Sandra Amurri
A riscontro di quanto avvenuto in ambito politico rispetto all’avvicendamento Di Matteo ha anche ricordato le dichiarazioni della giornalista Sandra Amurri. Il 21 gennaio 2011, al bar Giolitti di Roma, ascoltò un dialogo tra Mannino e l’onorevole Gargani. Mannino diceva: “quelli di Palermo hanno chiamato De Mita a testimoniare, tu ci devi andare… devi ribadire le cose che abbiamo detto… quel cretino di Ciancimino ha detto tante cazzate …. quelli di Palermo stavolta ci fottono…”. “Queste dichiarazioni sono di rilevanza eccezionale - ha dichiarato il pm - Un teste che non pubblica la notizia ma si rivolge all’Autorità giudiziaria prima di pubblicare l’articolo. Una testimonianza che non può essere scalfita da altro e che ha anche riscontri inoppugnabili. La Amurri non poteva conoscere le esternazioni del Mannino e la recente audizione di De Mita davanti ai pm di Palermo. Il 18 dicembre De Mita sa di essere convocato dai Pm della tratattiva. Il 21 dicembre Mannino sa questo (e non era apparso su nessun giornale) e si preoccupa di mandare Gargani da De Mita per dare la stessa versione sull’avvicendamento di Scotti. Inoltre ci sono le dichiarazioni dell’onorevole Di Biagio che quel giorno aveva appuntamento con la Amurri. Anche a lui aveva riferito le stesse cose



Agnese Borsellino “Subranni punciutu” e la “mafia in diretta” 
Subranni
Altro tema affrontato dal pm riguarda le dichiarazioni di Agnese Piraino Leto (vedova del giudice Borsellino) sui rapporti tra il marito e l’imputato Antonio Subranni. Di Matteo ha ricordato che “nel giugno del 1992" a un mese dalla strage di Via D'Amelio "Paolo Borsellino riferì alla moglie Agnese che c'era in corso una trattativa tra pezzi infedeli dello Stato e la mafia". 
"Prima Borsellino parla alla moglie Agnese di una trattativa tra pezzi dello Stato e la mafia - ha ricordato il pm - poi specifica pezzi dello Stato infedeli e la mafia". In un'altra occasione, il 15 luglio del 1992, è sempre Agnese Borsellino a raccontare che il marito Paolo "era sconvolto". "Succede qualcosa che ulteriormente turba Borsellino - ha proseguito ancora il pm Di Matteo - Tra l'8 e il 10 luglio, quando il giudice Borsellino ha capito che c'erano cose che non quadravano parla del generale Antonio Subranni (imputato nel processo, ndr) definendolo 'punciutu'. Utilizza una metafora drammatica per esternare alla moglie qualcosa che aveva scoperto. Non perché qualche pentito gli avesse detto che 'Subranni è punciutu', ma perché evidentemente con quella frase e quel giudizio aveva avuto consapevolezza che quella trattativa riguardava una persona per la quale aveva stima, aveva pure vomitato per la nausea. E il 27 gennaio 2010, davanti all’autorità giudiziaria di Caltanissetta parla dell’incontro del marito con la dottoressa Ferraro (“mio marito non mi disse nulla che riguardasse Ciancimino, ricordo che mi disse che c’era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato... ciò mi disse alla metà di giugno del ‘92 in quello stesso mi aveva detto che aveva visto la mafia in diretta… confermo che mi disse che aveva saputo che il gen. Subranni era punciuto me lo disse con tono assolutamente certo”)". Successivamente Di Matteo, rivolgendosi alla Corte d'assise e ai giudici ha ribadito: "Ma voi pensate che il giudice Borsellino, che in quel periodo aveva saputo, fuori verbale, da Mutolo delle collusioni di Contrada, addirittura anche su Signorino, se avesse avuto una confidenza di un pentito avrebbe vomitato dicendo che Subranni era punciutu? Ho studiato tanti atti del dott. Borsellino, non credo che la dichiarazine di un collaboratore avrebbe potuto sconvolgerlo a quel punto. Piuttosto era qualcosa che si riferiva a Subranni ad averlo sconvolto, una ulteriore presa di consapevolezza della trattativa che era in corso". Secondo l’accusa le dichiarazioni della signora Agnese, vanno integrate con quello che in questo dibattimento ha riferito uno dei magistrati che aveva un rapporto amicale con Paolo Borsellino: Diego Cavaliero. Quest’ultimo di fatto aveva già appreso quelle dichiarazioni su Subranni punciutointorno al 2005. E probabilmente non erano state fatte solo a lui quelle dichiarazioni. “Pretendere di negare la valenza probatoria delle dichiarazioni di Agnese Borsellino in riferimento alla tardività, fatto da Subranni, è una tardiva difesa per dire che sono cattivi ricordi o malanimo - ha concluso Di Matteo - Quando la moglie di Borsellino riferisce di quel colloquio non c’è nessuna possibilità di malinteso o cattivo ricordo e non c’è nessuna possibilità di malanimo o rancore. Volere sottovalutare la portata delle dichiarazioni della signora Borsellino significa fingere di non capire il fardello di dolore della famiglia Borsellino che pesava come un macigno sulle spalle di Agnese Borsellino. Un pressing di chi voleva sapere se era a conoscenza di qualche segreto inconfessabile su apparati istituzionali corresponsabili dello stato di isolamento che precedette la morte del giudice”. [link]

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