17 dicembre 2017

Caso Manca, Giancane: ''Troppi dettagli inquietanti, occorrono nuovi esami''


di Lorenzo Baldo - Foto


Per il tossicologo la morte del giovane urologo: “Puzza di omicidio”

“Manca un quadro coerente. Da quello che si vede nelle fotografie del ritrovamento del corpo di Attilio Manca non è possibile ricostruire una dinamica accettabile. Mancano dei dettagli importanti”. Parole diSalvatore Giancane, medico tossicologo che coordina il Ser.T di Bologna, nonché professore a contratto della Scuola di specializzazione in psichiatria. Giancane ha una vastissima esperienza nella cura e nell’assistenza ai tossicodipendenti da eroina, iniziata come medico penitenziario e proseguita nei servizi pubblici e sulla strada. Da oltre vent’anni si occupa della cosiddetta “riduzione del danno”, ed è anche l’autore dei libri “Eroina. La malattia da oppioidi nell'era digitale” e “Piacere chimico. Dalla coca degli Inca al ChemSex”
Dopo essere stato intervistato recentemente da “Le Iene” sul caso Manca lo abbiamo raggiunto telefonicamente per un approfondimento. L’analisi del tossicologo in merito alle immagini del ritrovamento del cadavere di Attilio Manca è alquanto schietta: “Innanzitutto mancano i residui di sostanze, solitamente si utilizza un cucchiaino o un altro contenitore. Non riesco a capire perché le siringhe non siano vicino al corpo. Posso arrivare a comprendere che manchi un laccio emostatico, se una persona ha delle buone vene riesce a incannularsi anche senza, l’ho visto con i miei occhi. Ma dove sono i residui delle fiale, visto che ci sono le siringhe? Dov’è la stagnolina che solitamente contiene la polvere, o la bustina che contiene la polvere? Devo pensare che questa persona ha preparato due siringhe, dopodiché è uscito di casa, ha buttato la spazzatura, è rientrato e si è somministrato due dosi di eroina… Non esiste!”. 

Per il dott. Giancane un altro “dettaglio inquietante” che “rende il quadro sempre meno coerente” è “la presenza di due autosomministrazioni di eroina: non succede mai! Al massimo può succedere se la droga fa schifo: il tossicodipendente ci rimane male e si droga un’altra volta. Ma se questa è la droga che ha ucciso Attilio Manca indubbiamente non faceva schifo!”. “Solitamente - evidenzia ancora il tossicologo - un eroinomane si fa una somministrazione: il cosiddetto ‘flash’, dopodiché rimane stordito per un’ora. In quel lasso di tempo non è in grado di drogarsi di nuovo”. “Mancano i segni di puntura pregressi - ribadisce con forza -. Ci sono solo due segni di venopuntura recentissimi: quelli che corrispondono alle due siringhe ritrovate. Quest’uomo aveva solo due buchi addosso! Cos’era: un eroinomane che in passato la fumava e quella sera ha deciso che si faceva in vena?! Mi sembra molto strano. Un mancino che si droga nel braccio sbagliato? Mai visto!”. 

“Dov’era questa persona quando si è autosomministrato le dosi di eroina? - chiede di getto il dott. Giancane - Cosa è successo nei 90/120 secondi da quando ha finito di spingere lo stantuffo a quando ha perso coscienza? Quando uno è da solo, non appena ha finito di somministrarsi l’eroina comincia a barcollare, non sta bene, se parla tartaglia, la perdita di coscienza è l’atto finale”. Il giudizio generale del tossicologo non ammette repliche: “Se escludiamo la siringa che è stata ritrovata nel cestino dei rifiuti, bisogna pensare che la siringa corrispondente all’ultima autosomministrazione - quella fatale - è quella trovata in bagno. E’ già molto strano che sia stata ritrovata incappucciata: una persona appena ha finito di schiacciare lo stantuffo lo capisce che ha esagerato. E che fa, mette il cappuccio alla siringa?! Ma non ce la può fare, perché gli tremano le mani!”. “Dalle tracce che vedo nelle fotografie deduco che Attilio Manca sia andato verso il letto, ma - e ci tengo a ribadirlo - solitamente nelle altre scene di questo tipo c’è una sedia rovesciata perché la persona in questione barcolla. E invece in quelle foto è tutto in ordine: quest’uomo arriva davanti al letto, non ha più forze, dovrebbe accasciarsi per terra e invece finisce sul letto... Supponiamo che sia caduto sul letto frontalmente, in questo caso dovevano restare sporgenti le gambe per intero, perché il bordo del letto arriva alle ginocchia. E invece sporgono solo i piedi. Quindi significa che si è messo sul letto e si è rigirato. Ma uno che si mette sul letto e si rigira non si ritrova con le mani sistemate in maniera simmetrica! E soprattutto in quel caso il letto è sfatto. Viceversa in queste immagini il letto è intatto! Sembra piuttosto che quest’uomo sia stato ‘adagiato’ da qualcuno sul letto... E comunque, se si fosse drogato a letto si sarebbe trovata la siringa vicino al letto, su questo non c’è dubbio!”.



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Il dott. Giancane commenta quindi alcuni dettagli dell’autopsia “che sono ugualmente inquietanti”. “Nel referto autoptico - sottolinea - non è descritto l’edema scrotale. Al di là del fatto che non mi sento di escludere che si tratti di una reazione post-mortem, mi sembra di intravedere dei lividi su quello scroto. E poi c’è l’emorragia che non viene dai polmoni, ma dalle fosse nasali. E questo perché nella trachea e nei bronchi non c’è sangue. Nella foto denominata ‘22’ sulla maglietta si vede un alone di color marroncino chiaro: quello è il liquido che viene dai polmoni, dell’edema polmonare, il trasudato polmonare con qualche capillare che si è rotto per la congestione, che lo ha sporcato di sangue. Ma nel momento in cui si asciuga si vede che di sangue non ce n’era tanto ed è per questo che compare quel colore più chiaro. Quello invece che si nota sulla faccia è ovviamente sangue. Nei polmoni hanno quindi trovato quel liquido presente sulla maglietta”. 



Un’ulteriore appunto viene riservato dal tossicologo alla questione spinosa del setto nasale deviato. “Per quanto piccole, nelle foto io vedo nettamente la deviazione del setto nasale, anche alcuni miei colleghi, vedendo quelle immagini, hanno confermato la mia tesi. Ma nell’autopsia questa deviazione non è descritta! Certo è che in questa foto si vede esattamente la deviazione del setto nasale. E come se l’è rotto, cadendo sul materasso? E se quella deviazione è solo cartilaginea, dovuta alla posizione, perché non è stato scritto nell’autopsia? O invece si è trattato di un calcio nei testicoli e un pugno sul naso? 


Se questa fosse la risposta lo scenario sarebbe stato questo: Attilio Manca viene tenuto fermo, gli viene fatta la prima “pera”, il dott. Manca si agita, viene male il foro, perde coscienza, ma non basta per ucciderlo, viene quindi fatta la seconda iniezione, e a questo punto il foro viene regolare. E per finire, Attilio Manca viene preso e deposto sul letto. Io non ho le prove per dire che questa sia la verità, dico solo che questi tasselli consentono di ricostruire una dinamica di questo tipo e non quella di un’overdose”.

Uno dei punti focali della tesi della procura di Viterbo che punta sulla tossicodipendenza di Attilio Manca riguarda l’esame del capello. “E dov’è?”, si domanda Giancane. “Quell’esame deve essere fatto ‘segmentato’. Mi spiego: il capello cresce di un centimetro al mese, io lo taglio in segmenti da un centimetro a partire dalla radice, li numero, e poi eseguo l’esame del capello nei vari segmenti. Solo in questo modo posso dire se si è drogato uno o più mesi fa. Se il capello risulta ‘positivo’ negli ultimi 30 giorni non significa nulla, in quanto potrebbe essere dovuto alle due dosi che Attilio Manca si è iniettato quella sera. Se il tossicologo incaricato dalla Procura ha prelevato il capello intero e ha riscontrato tracce di eroina è chiaro che l’ha riscontrato ‘positivo’ vista l’overdose!”.

“A questo punto - sottolinea il dott. Giancane - ci vuole un tossicologo forense al quale rivolgere questa domanda: si può riesumare la salma, prendere qualche capello e fare nuovamente il test per dimostrare se Attilio Manca era o meno un tossico? Ammettiamo che lo fosse, questo non esclude l’ipotesi dell’omicidio. Il modo migliore per uccidere un tossicodipendente è ovviamente una overdose. Ma se invece viene fuori che non c’è traccia di una sua tossicodipendenza, allora è tutta un’altra storia. Non so se un’esame di questo tipo sia ancora attendibile a distanza di 13 anni. Certo è che un perito serio lo può sicuramente sapere. E comunque vale la pena tentare. In questo caso servirebbe una sorta di antropologo criminale, abituato a lavorare sul riesumato, sui tossicologici delle riesumazioni. Penso che sia una materia altamente specialistica”. 

Un’ultima osservazione viene dedicata ulteriormente al consulente della Procura di Viterbo. “Stendiamo un velo pietoso sulla dottoressa Ranalletta - ribadisce il tossicologo -. Non c’è dubbio che quando c’è di mezzo una overdose ogni attività successiva viene fatta male. Ecco perché è l’ideale uccidere una persona in questo modo”. Per Salvatore Giancane quindi il decesso di Attilio Manca“è sicuramente dovuto ad overdose di eroina, ma ci sono seri dubbi che si tratti di un’overdose non cercata da parte di qualcuno che voleva solo farsi una ‘pera’. E’ un’ipotesi che non sta in piedi. Questo caso puzza più di omicidio che di suicidio!”. 

“Ricordiamoci che quando c’è di mezzo l’eroina non si muore subito, si muore dopo due o tre ore di coma, quindi se omicidio è stato, lì qualcuno è rimasto in quell’appartamento a verificare che fosse morto. 

Questo viene confermato dagli esami tossicologici nei quali c’è scritto che sono state ritrovate tracce di morfina nel suo corpo, di fatto nel corpo di Attilio Manca non c’è più l’eroina in quanto è stata metabolizzata e quindi erano passate almeno 3 ore dall’assunzione. Sicuramente il dott. Manca è stato in agonia dalle 2 alle 3 ore. Per non parlare del mistero dell’assenza delle sue impronte dalle due siringhe...”.  Alla domanda se ci sia la speranza di poter arrivare alla verità a distanza di 13 anni il dott. Giancane si dice possibilista: “Sì, ma solo se qualcuno prende seriamente in mano il caso. E comunque, anche se non si dovesse arrivare ad individuare i responsabili, se per lo meno viene escluso che quella sia stata una overdose accidentale, abbiamo già fatto qualcosa per questo giovane medico e per la sua famiglia”. [link]


16 dicembre 2017

Scarcerato pentito Bisognano. l’avv. Repici, ''Detenzione ingiusta. La mafia barcellonese ammaini le bandiere''

16 DICEMBRE 2017 di Fabio Repici
Rosario Pio Cattafi
Cronologicamente, tutto fece seguito alla presentazione dell’interrogazione parlamentare, a maggio scorso, ad opera di un senatore che aveva sacrificato il mandato ricevuto a sollecitazioni pervenutegli dall’hinterland della nuova Corleone, cioè Barcellona Pozzo di Gotto. Vi erano contenute notizie false di matrice barcellonese e soprattutto, in varie direzioni, una richiesta: che il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano venisse eliminato, processualmente e amministrativamente. 
Manco i berluscones con Gaspare Spatuzza erano arrivati a tanto. I malpensanti, io per primo, ritennero che l’addebito non perdonato a Bisognano, al di là di quanto enunciato nell’interrogazione parlamentare e degli errori che lui aveva certamente commesso, fosse stato l’aver rivelato ai magistrati fin da subito quel che sapeva (fra gli altri) su due persone: Rosario Pio Cattafi e Maurizio Sebastiano Marchetta, uno abusivamente scarcerato il 4 dicembre 2015 e l’altro imputato di concorso esterno in associazione mafiosa abusivamente a piede libero (per il momento). 
Bisognano già l’anno prima era stato arrestato su ordinanza del Gip di Messina, a seguito di indagini curate dall’allora dirigente del Commissariato di Barcellona Mario Ceraolo in accordo con l’allora Procuratore distrettuale di Messina Guido Lo Forte, nel frattempo entrambi pensionati. Le indagini a suo carico erano decollate sulla scorta di intercettazioni parecchio a strascico (ma lasciamo perdere, per carità di patria) che avevano indotto i magistrati a ritenere che egli avesse reso false dichiarazioni in un verbale di indagini difensive. Ne seguì una proliferazione di processi e procedimenti, formalmente tutti in corso. Fatto è che a maggio 2017 Bisognano era tornato in libertà e aveva continuato (e sta continuando) a collaborare con la giustizia.
Maurizio Sebastiano Marchetta

Sennonché, uno dei fascicoli, per (molto) asseriti accessi (molto) asseritamente abusivi a sistema informatico (gli indizi al riguardo dei quali derivavano dalle stesse indagini che avevano portato alla prima carcerazione), spedito da Messina a Rieti e da qui, a ottobre 2016, a Roma, trovò nella capitale un pm che, dopo molte meditazioni o semplicemente dopo molto tempo, il 15 giugno 2017 chiese che Bisognano (e pure tre carabinieri: roba da maxiprocesso, praticamente) venisse di nuovo spedito in carcere e un gip che il 27 giugno 2017 lo spedì effettivamente in carcere (e due carabinieri ai domiciliari). Enorme scandalo in una certa nazione e soprattutto nella sua capitale, Barcellona Pozzo di Gotto: il pentito tornato a delinquere, di nuovo al vertice della mafia, sicuramente calunniatore (al netto del fatto che la Cassazione a inizio anno aveva riconosciuto che Bisognano – e chi scrive – in realtà è stato calunniato da Rosario Pio Cattafi) e altro ancora! A quel punto, proprio in sintonia con quel senatore e con certo giornalismo naziSchin, in una certa nazione e soprattutto nella sua capitale, Barcellona Pozzo di Gotto, ci si chiese come a Bisognano lo Stato potesse mantenere il programma di protezione. E lo Stato, visto che c’erano fatti nuovi (che in realtà erano vecchi, quanto alle indagini), come l’ordinanza di custodia cautelare del gip di Roma, revocò il programma di protezione a Bisognano, pur attestando che effettivamente qualche pericolo dalla sua collaborazione con la giustizia dovesse derivargli. E, del resto, da quando aveva iniziato a rendere dichiarazioni ai magistrati, avevano impiccato i suoi cani, gli avevano danneggiato suoi beni, avevano perfino assaltato in carcere due detenuti proprio perché ritenuti amici suoi, con tanto di rivendicazione ufficiale da parte dei mafiosi aggressori (recentemente condannati in primo grado).
Ora, però, lo Stato non sa più come giustificare la revoca di quel programma di protezione, tanto agognata da Cattafi e dai suoi amici. Anche perché le ultime evenienze processuali depongono in senso contrario.
bisognano carmelo vertical

Ricordate le presunte false dichiarazioni nel verbale di indagini difensive? L’incriminazione per Bisognano era derivata dalla comparazione fra verbali riassuntivi, quello delle indagini difensive e quelli dei suoi precedenti interrogatori alla Procura di Messina. Esaminate le trascrizioni integrali delle registrazioni, cioè le vere dichiarazioni di Bisognano, come riconosciuto infine dai pm della D.d.a. di Messina, il Giudice dell’udienza preliminare di Messina ha prosciolto Bisognano e i suoi coimputati per l’insussistenza del fatto: le dichiarazioni, in effetti, le prime e le successive, coincidevano.

E l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Roma? Confermata il 18 luglio dal Tribunale del riesame, il 27 ottobre era stata annullata dalla Corte di cassazione con motivazione inusualmente tranciante. La settimana scorsa, nel giudizio di rinvio ordinato dalla Cassazione, il Tribunale del riesame di Roma ha infine disposto la scarcerazione di Bisognano.
Insomma, si erano sbagliati, quella carcerazione era stata ingiusta. 
Ora è stata revocata, con mille scuse. Certo, nel fascicolo c’è traccia documentale di certe malevoli (malevoli per Bisognano, s’intende) attenzioni “barcellonesi”. Ma, pazienza, le avevamo facilmente previste. Quello che non avevamo previsto, perché davvero tanto maliziosi non riusciamo a essere, era stato ai primi di ottobre il festeggiamento con cui era stato salutato a Terme Vigliatore il pensionamento del dr. Ceraolo e la sua nomina all’ufficio legale della Federazione antiracket italiana (si costituirà parte civile nel processo a carico di Marchetta a maggio prossimo?), nella sede dell’associazione antiracket che nei confronti di Bisognano si era costituita parte civile (difesa dall’avv. Ugo Colonna) nel processo “barcellonese”, presenti, mi auguro in veste privata e non a scapito di quelli che dovrebbero essere i loro impegni istituzionali, il questore Mario Finocchiaro e il procuratore di Barcellona Emanuele Crescenti.
Ma, pazienza, di nuovo. Avevamo capito che la strada sarebbe stata (e sarà) lunga. Avevamo capito quante interferenze c’erano state (e ci sarebbero state e ancora ci saranno). E però la mafia barcellonese e i suoi supporters per una volta masticano amaro. Non è scontato che il loro disegno di restaurazione alla fine prevalga. Anzi.


Avv. FABIO REPICI



11 dicembre 2017

VIDEO : Chi ha ucciso Attilio Manca? L’eroina o Provenzano? Prima intervista assoluta a Rosario Pio Cattafi un personaggio (ex #41bis) inquietante, legato a mafia, massoneria e #servizisegreti.


Attilio Manca ufficialmente è morto per overdose di eroina, ma per la famiglia è stato ammazzato perché avrebbe visitato e operato Bernardo Provenzano durante la sua latitanza.

“Se Nitto #Santapaola è una “concessionaria”, #RosarioPioCattafi è la Fiat”. RICCARDO ORIOLES 

Prima intervista assoluta a Rosario Pio Cattafi, un personaggio (ex #41bis) inquietante, legato a mafia, massoneria e #servizisegreti.

8 dicembre 2017

Chiediamo le dimissioni dell'assessore Vittorio Sgarbi



di Ass. Rita Atria 7 dicembre 2017


Sig. Presidente della Regione Siciliana,

abbiamo aspettato qualche ora prima di scrivere questa lettera aperta che probabilmente girerà solo sul web e non verrà pubblicata da nessun giornale “importante” perché noi siamo l’antimafia che non viene invitata nei convegni dei ministeri e siamo l’antimafia definita “antagonista”. Siamo l’antimafia sociale. Con Orgoglio.

Abbiamo aspettato qualche ora per vedere quanti di quelli invitati a Milano agli stati generali dell’antimafia ritenevano opportuno dire qualcosa. Appunto. Abbiamo solo aspettato perché non è successo nulla.

Di cosa stiamo parlando? Delle affermazioni di quel “signore” che lei ha nominato assessore alla cultura. La frase su Di Matteo che "ha tratto beneficio delle minacce di morte ricevute dal carcere da Totò Riina. Ha cavalcato l'onda per fare il martire".

Certe frasi sono sempre gravi ma dette da un assessore della regione Siciliana sono insopportabili e offendono la storia della lotta alla mafia. Sia Falcone che Nino Caponnetto sostenevano che la mafia ha più paura della cultura che della giustizia. Il suo assessore non può rappresentare la cultura siciliana; non può rappresentare la cultura che sconfigge la mafia. Chiediamo a lei sig. Presidente della regione Siciliana ufficiali scuse (non basta il rimprovero al suo assessore) e la rimozione dell’assessore Sgarbi per manifesta indegnità politica, etica e morale.



Il Direttivo

Associazione Antimafie Rita Atria

7 dicembre 2017

Il deep web invisibile sta sconvolgendo il modus operandi delle mafie mondiali


di Roraima Ana Andriani 6 dicembre 2017
«Viviamo un momento in cui lo scenario nel quale opera il crimine organizzato subisce continui mutamenti, la relazione stessa tra geografia fisica, le competenze territoriali ripartite tra i vari gruppi criminali e le loro operazioni criminali non poteva non adeguarsi ai processi di globalizzazione. Lo stesso concetto di “crimine transnazionale”, come definito dalla Convenzione Onu di Palermo del 2000, secondo cui, un reato è transnazionale se commesso in più di uno Stato o se vi è implicato un gruppo criminale organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato, fa riferimento ad una relazione tra geografia fisica e gruppi criminali organizzati o attività criminali che non ha potuto tener conto del profondo impatto che il progresso tecnologico ha avuto sulle strutture criminali e le sue modalità operative.
Per tecnologia si intende certamente il Web e tutte le opportunità offerte da Internet, come la moltitudine di piattaforme digitali, di canali di comunicazione, il deep web ma allo stesso tempo anche innovazioni tecnologiche come i droni, le stampanti 3D e l’automazione dei sistemi logistici. Il crimine organizzato ha sviluppato un business model da impresa criminale sempre più senza frontiere, con una spiccata flessibilità ed intangibilità. I crimini finanziari sono i più significativi. Identità bancarie e dati finanziari possono essere rubati con il semplice ausilio di un digital device e di una connessione Internet, utilizzati o rivenduti senza che nessuno degli hackers si sia alzato dalla sedia, abbia passato frontiere o controlli di identità ma, al contrario, avvantaggiandosi di un alto indice di anonimato. Si assiste sempre più a furti milionari a seguito di attacchi hacker cross border ai sistemi bancari, come nel caso dell’attacco alla Central Bank del Bangladesh nel febbraio 2016. Alcuni account della Banca centrale del Bangladesh furono manomessi da hackers che inviarono alla Federal Reserve di New York diverse richieste di trasferimento di fondi. Ottanta milioni di dollari finirono su altri conti correnti in Asia con un semplice clic. La tecnologia è in continua evoluzione ed i criminali diventano sempre più attenti e sofisticati.
Altro aspetto innovativo del business model criminale è lo sviluppo incessante dell’e-commerce. Dimensione questa che si sovrappone e supera il concetto di traffici illeciti attraverso le rotte aeree, marittime e terrestri. Il mercato on line di prodotti e servizi illegali è in continua espansione sia nel web in superficie che nel deep web. Quando parliamo di web in superficie e deep web stiamo facendo riferimento ad una dimensione virtuale che non e rapportabile a nessun dato conosciuto. Se stabilire la dimensione esatta del “web visibile” è impresa ritenuta particolarmente difficile, stimare quella del “web invisibile” è addirittura inimmaginabile. La vendita on line di prodotti e servizi illeciti non è più considerata solo come un modus operandi ma come un vero e proprio mercato illecito robusto, in continua espansione e di grade dinamicità. Gli analisti stimano che nel medio e lungo termine sostituirà quasi completamente i tradizionali modelli di distribuzione. Si assiste ad una frammentazione della catena di distribuzione dei prodotti e servizi illeciti. Dalla commercializzazione, alla raccolta, offerta e consegna. I trafficanti per pubblicizzare la disponibilità della merce illegale e reperire i clienti utilizzano i social media come whatsapp, instagram, facebook, weChat, ask me e altre piattaforme. Una piattaforma come weChat può, per esempio essere paragonata ad un coltello svizzero digitale con funzionalità multiple. E’ senza costi e consente lo scambio di messaggi scritti, vocali, foto, video, chiamate e anche pagamenti attraverso WeChat play.
Molte tecniche sono adoperate per eludere le possibilità di essere intercettati, come l’utilizzo contestuale di piattaforme diverse. Foto vengono scaricate su facebook o instragram, negoziazioni vengono effettuate mediante l’alternanza di messaggi scritti con quelle orali. Li accounts, ovviamente, hanno delle vite brevi e circoscritte per la tutela dell’anonimato. Prodotti illeciti sono assemblati in centri di raccolta dove convergono da varie destinazioni e, in genere, in quantità ridotte. La vendita al minuto è parcellizzata e la consegna si effettua tramite servizi postali con mittenti inesistenti direttamente dal fornitore al consumatore, con evidente abbattimento dei costi di intermediazione» 

1 dicembre 2017

Tecnologie avanzate e presenza di una donna nelle stragi del '93 e gli enormi flussi di denaro da riciclare che conducono al nord, al ruolo della Banca Rasini, di Mangano e di Dell’Utri”.


30 novembre 2017

Il magistrato Donadio in Commissione parlamentare antimafia


Il ruolo di una donna negli attentati del ’93 e quello dell’ex poliziotto Giovanni Aiello, deceduto quest’estate e chiamato in causa da diversi pentiti nel biennio stragista, sono stati alcuni dei punti su cui il magistrato Gianfranco Donadio ieri ha riferito in Commissione parlamentare antimafia per ben 4 ore. A renderlo noto è il deputato Davide Mattiello su Facebook

“Il dott. Donadio ha insistito molto sull’analisi della tecnologia adoperata nelle stragi del ’92, una tecnologia molto sofisticata, che per esempio consentiva già allora ai mafiosi di clonare i telefoni cellulari per schermarli. 

Ha insistito sul ruolo accertato di una donna almeno negli attentati del ’93, così come sul ruolo tante volte evocato da collaboratori ritenuti attendibili, alcuni dei quali ammazzati, di Giovanni Aiello, recentemente morto” si legge nel post. 

Giovanni Aiello

Il magistrato Donadio ha  inoltre parlato a lungo del prezioso contributo a suo tempo dato dal dott. Di Legami della Polizia e dall'ing. Naselli, nell'ipotizzare il "secondo cantiere" a Capaci“sui legami con l'estrema destra eversiva”, infatti Donadio ha sollecitato “a guardare al perimetro ampio nel quale quei fatti sono maturati che comprende anche la sigla della “Falange Armata”, adoperata, parrebbe, da un “consorzio” vasto di criminali, la “banda della Lancia Terminca”, le Leghe meridionali indipendentiste, Gladio, il Sismi e la massoneria del GOI, con le denunce di Di Bernardo e le sue dimissioni nel ’93”. 

Dell'Utri - Berlusconi
Un perimetro che, scrive Mattiello “comprende anche il grande business della droga, dominato almeno fino al ’93 da Cosa Nostra, e degli enormi flussi di denaro da riciclare che conducono al nord, al ruolo della Banca Rasini, di Mangano e di Dell’Utri”. 

Il quadro delineato, secondo il deputato, “ricorda molto quello della OCC “‘ndrangheta stragista” della DDA di Reggio Calabria della estate scorsa, che non a caso pare essere stata fino a qui la Distrettuale che meglio ha saputo fare tesoro dei 36 atti di impulso che la DNA aveva prodotto negli anni in cui è stata guidata dal dott. Grasso, che aveva delegato proprio il dott. Donadio sulla materia”. Il significato del perimetro delineato da Donadio, scrive Mattiello, “ha un significato molto più pregnante rispetto alle pure gravissime ipotesi di reato per le quali si procede nel cosidetto "processo Trattativa" a Palermo: la mafia, unita nella strategia, non soltanto trovò in alcuni ambienti politico istituzionali orecchie sensibili ai propri lamenti, ma non fece tutto da sola, ci fu una concreta convergenza non solo di interessi, ma di uomini e mezzi estranei alla mafia. 

Forse i tempi sono maturi per una ricomposizione storica e politica di quei fatti e di quelle responsabilità ma bisognerà capire cosa succederà nella Direzione nazionale antimafia ora che a guidarla c'è l'ex Procuratore di Reggio Calabria Cafiero de Raho e che lì potrebbe tornare a lavorare Donadio. Ci sarà il tempo per la verità storica; oggi è ancora il tempo della verità processuale". [link]

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