Sostieni questo blog, adotta l'informazione libera.



Loading...

Pagine

31 marzo 2011

Mafia globale, anche l’Unione europea se ne accorge e chiede nuove direttive

fonte video:

di Alessio Pisanò

Il tema è stato discusso oggi a Bruxelles durante un convegno organizzato dall'eurodeputata dell'Idv Sonia Alfano relatrice di una relazione d'iniziativa sulla criminalità organizzata nell'Unione europea

Mafia. Un fenomeno sempre più globale. Il primo a parlarne è stato Giovanni Falcone nel 1990. Il primo a capire che le mafie, per sopravvivere e prosperare nel nuovo millennio avrebbero dovuto diventare internazionali. Oggi al Parlamento europeo si comincia a discutere di una strategia europea per contrastare il crimine organizzato in tutta l’Unione europea.

Magistrati, funzionari, giornalisti e politici di tutta Europa ne hanno parlato in un congresso al Parlamento europeo organizzato da Sonia Alfano, eurodeputata IdV, relatrice di una relazione d’iniziativa sulla “criminalità organizzata nell’Unione europea” che verrà votata in commissione libertà civili, giustizia e affari interni. L’obiettivo è spingere la Commissione europea a redigere una direttiva comunitaria che definisca chiaramente le caratteristiche e individui gli strumenti per combattere la criminalità organizzata nell’Ue. Insomma la decisione quadro 2008/841 del GAI non basta più. C’è bisogno di “una direttiva volta a rendere punibile in modo uniforme in tutti gli Stati membri il reato di associazione mafiosa”, si legge nella relazione della Alfano. “Il problema è anche di Paesi come Olanda, Belgio, Germania e Spagna, dove le mafie italiane sono ben radicate”, aggiunge l’Alfano.

Ma quali sono le misure suggerite in Europa? Prima di tutto una maggiore cooperazione tra Eurojust, l’Ufficio europeo anti frodi (Olaf) ed Europol, che dovrebbero essere dotati di maggiori mezzi e poteri per condurre le proprie indagini. Fondamentale, a questo proposito, sarebbe l’istituzione della super Procura europea così come previsto dall’articolo 86 del trattato di Lisbona. Il tutto con una formazione mirata a magistrati e forze dell’ordine europea per contrastare il cosiddetto “capitalismo mafioso” che non consce né bandiere né confini.

Secondo Antonio Ingroia, procuratore aggiunto antimafia di Palermo, “il capitalismo criminale è un sistema di potere che è in grado di interagire con gli altri poteri legittimandosi reciprocamente”. “Anni di sottovalutazione hanno fatto si che la mafia diventasse quello che è oggi. C’è un vuoto di volontà politica che solo l’Europa può colmare”. Ma per questo Ingroia ritiene che ci voglia “un coordinamento a livello europeo con a capo un procuratore europeo”. Proprio su come dovrà funzionare la futura Procura europea la commissione Controllo dei Bilanci del Parlamento europeo presieduta da Luigi de Magistris, ha recentemente commissionato uno studio.

“La mafia si è adeguata al sistema della domanda e risposta tipica della mondializzazione”, spiega Roberto Scarpinato, procuratore generale di Caltanissetta. “Dai servizi al cittadino, come prostituzione droga, a quelli alle imprese, ad esempio gestione di appalti e smaltimento di rifiuti tossici”. Proprio questo secondo tipo di criminalità, detta dei “colletti bianchi”, “ha generato un nuovo tipo di capitalismo misto, dove alcuni cartelli di imprese hanno creato dei veri e propri monopoli mafiosi”. “Sistemi imprenditoriali di potere con conseguenze per chi si ribella sia mafiose (violenza fisica) che politiche (inaccessibilità ai fondi pubblici, eccessiva burocrazia)”.

Uno dei sistemi che l’Europa finora ha individuato per contrastare il crimine organizzato, è costituito dal sequestro e dal riutilizzo a fini sociali dei patrimoni ad esponenti della malavita. Ma si tratta, per ammissione dello stesso Sebastiano Tiné, della Direzione Generale Affari interni della Commissione europea, di misure “di sicuro sottoutilizzate”. In Europa ci sono infatti 22 uffici di gestione per i beni sequestrati e ben 5 Paesi, tra cui l’Italia, hanno istituito delle agenzie nazionali di coordinazione. “Il problema è che il framework legislativo europeo è lacunoso”, dice Tiné, “e spesso non è implementato correttamente dagli stati membri”. Ad esempio in Italia la proposta legislativa di mettere all’asta i beni confiscati rischia di riconsegnare questi patrimoni proprio ai mafiosi tramite dei prestanome.
Ma l’Europa ha davvero la volontà politica di contrastare il crimine organizzato internazionale? La domanda sorge spontanea, dal momento che alcuni strumenti ci sono già ma non vengono valorizzati. Ad esempio l’Olaf, storicamente a corto di personale e dipendente da quale stessa Commissione europea che dovrebbe all’occasione investigare. E poi il coordinamento tra le forze di polizia nazionali è già previsto un’agenzia europea, l’Accademia europea di Polizia (Cepol) ma proprio questa si è vista respingere l’ok al bilancio interno 2009 dal Parlamento europeo per irregolarità dei conti. E poi la Procura europea, un’immensa struttura ancora tutta sulla carta della quale Eurojust rappresenta solo l’embrione. “Il Parlamento europeo in primis deve dare un segnale politico forte, di assoluta priorità nell’interesse dei cittadini”, afferma Sonia Alfano. Insomma Ingroia sembra avere ragione, ci vuole tanta “volontà politica”.’

Parma città appetibile, per la mafia

Lirio Abbate “interrogato” dagli studenti


L’incontro con il giornalista che nel 2006 ha seguito la cattura del boss mafioso trasferito da poco in via Burla. Ultimo ospite del Festival Minimondi, Lirio Abbate è stato invitato dagli studenti del Marconi all’assemblea d’istituto che si è svolta al cinema Astra. La mafia vissuta sul campo e i consigli su come combatterla anche sul nostro territorio. Ai ragazzi: “Createvi degli anticorpi, altrimenti sarete fottuti”.

di Alessandro Trentadue 30 marzo 2011

Lirio Abbate (foto Elisa Contini)

“Provenzano? Per Parma il pericolo è fuori dal carcere”
Non lo lasciano andare. Si complimentano e gli fanno domande per oltre due ore. Poi lo scortano all’uscita del cinema. Fuori, dove lo aspetta la sua vera scorta. Lirio Abbate racconta gli esiti delle sue inchieste contro la mafia di fronte a cinquecento studenti del Marconi. Ultimo ospite del Festival Minimondi, è stato invitato a parlare alla loro assemblea d’istituto che si è tenuta stamattina all’Astra. “Ha ricevuto un’altra minaccia qualche giorno fa” mormorano i ragazzi prima dell’incontro. Nonostante questo il giornalista è presente. Microfono alla mano e disponibilità infinità, ed è tutto loro.

PROVENZANO A CASA NOSTRA - I ragazzi conoscono Lirio Abbate soprattutto per essere stato l’unico giornalista sul posto nel momento della cattura del superlatitante Bernardo Provenzano. Così l’hanno introdotto i loro insegnanti. E il boss mafioso adesso è qui da noi (LEGGI ). “Provenzano non è pericoloso – spiega il giornalista – innanzitutto perché è in galera. Poi è rimasto a lungo fuori dal gioco, non ha nemmeno tentato di prendere in mano le redini dell’Organizzazione quando poteva”. Molti segnali invece fanno intendere che il capo di Nostra è ancora Totò Riina, continua Abbate. Provenzano è stato un vicario, un vice del Capo dei capi durante la sua latitanza. Lo dimostra il fatto che non sono stati pianificati “omicidi eccellenti” durante la reggenza del boss che ora è di casa a via Burla.
“Il vero pericolo – sostiene il giornalista – è fuori dal carcere. Nel territorio, tra le vostre imprese, in quei professionisti in giacca e cravatta che vengono nelle province ricche dell’Emilia a investire i soldi della mafia”.

PARMA CITTÀ “APPETIBILE” - Così la definisce. Appetibile. “A Parma la mafia sta prendendo piede alla grande – dice – si legge nelle inchieste giudiziarie di Palermo e di Reggio Calabria, per esempio. Ci sono anche investigatori che dalla Sicilia vengono trasferiti qui per proseguire le indagini”. Già la nostra provincia è stata terra di confino dei boss negli anni ‘80. Adesso, con la nuova generazione di mafiosi, è diventata terra di investimento. “Le mafie hanno una grandissima quantità di denaro da spendere – spiega Abbate – e lo fanno dove possono confondersi con altri imprenditori ricchi”. Risultato: l’economia legale s’inquina e la mafia si espande. Iniziano costruendo un’impresa, fondando società di diverso tipo. Poi si aggiudicano un appalto pubblico e costruiscono infrastrutture. Da lì al legame con la politica il passo è breve. Attraverso gli amministratori (“che magari hanno già negato l’esistenza della mafia nella vostra realtà locale”) inseriscono i loro rappresentanti nelle liste politiche, poi si organizzano per comprare i voti. Funziona così. “E tutto questo i vostri politici lo sanno, così come i direttori delle banche anche qui da voi conoscono uno per uno i grossi clienti e riconoscono chi di loro è un usuraio”.
L’espansione delle “cosche” va prevenuta. Non aiuta certo il governo, con le sue contraddizioni nella lotta alle organizzazioni criminali. Oltre ai suoi rappresentanti indagati per associazione mafiosa, le istituzioni proclamano di voler combattere le organizzazioni criminali e poi tagliano i fondi alle forze di Polizia. “Com’è che gli oltre 100miliardi di beni confiscati ai mafiosi sono finiti ai vari ministeri invece che alle forze dell’ordine?” si chiede Abbate. Poi: “È comodo poi prendersi i meriti della cattura del boss mafioso di turno quando in realtà il lavoraccio l’hanno fatto polizia, carabinieri e guardia di finanza che guadagnano un decimo dei politici”.

LA MAFIA SENZA IL CANNOCCHIALE - “Si può sconfiggere la mafia?” chiede una studentessa. Abbate sorride amaro: “Lo spero, ma sopravviverà ancora a lungo, senz’altro per qualche secolo”. C’è un solo modo per combatterla, sostiene il giornalista: stare nel territorio dove si annida, annusare la “puzza della paura” della gente. Non serve raccontare la mafia da lontano, col cannocchiale. La resistenza va portata avanti con i fatti, con l’impegno di ciascuno. Nessuno show televisivo, nessuna fiction, nessun monologo impegnato di chi si mette in cattedra. “Lasciateli da parte e concentratevi solo sulla resistenza attiva alle organizzazioni criminali, come fa Don Ciotti. Da parte mia, sono fortunato che L’Espresso mi permette di continuare le mie inchieste giornalistiche. Non è facile trovare chi pubblica questo tipo di ricerche”.
Poi l’invito ai ragazzi di Parma: “Potete farlo anche voi sul vostro territorio. Dovete crearvi degli anticorpi contro la mafia, altrimenti in futuro sarete fottuti perché controllerà tutto come ha fatto nelle mie terre”. Abbate li saluta con una storia. Quella di una persona che fin dall’età dei ragazzi del Marconi ha denunciato e fatto conoscere la mafia in Sicilia. Un giorno dalle intercettazioni salta fuori che i capi locali di Cosa Nostra stanno pianificando di farla fuori. Allora questa persona viene messa sotto scorta. Continua a scrivere e raccontare, mentre dall’altra parte nuove intimidazioni e minacce. Gli mettono una bomba sotto la macchina, per fortuna disinnescata in tempo. Durante un processo, Leoluca Bagarella – uno dei più feroci mafiosi legato al clan dei corleonesi, pluriergastolano e altro “ospite” eccellente del carcere di Parma – si scaglia contro il protagonista del racconto e gli rivela apertamente la condanna che la mafia gli ha fatto. “Nonostante tutto questo, la persona di cui vi parlo continua a scrivere e a rendere note le trame nascoste delle organizzazioni mafiose”. Silenzio nel cinema. I ragazzi hanno capito che quella persona adesso è lì, davanti a loro.


Barcellona Pozzo di Gotto, sequestrati beni per 7mln di euro riconducibili all'avvocato barcellonese Rosario Cattafi


IL VIDEO

L'INCHIESTA Storia del Megaparco

Gli interessi della mafia sulla realizzazione del mega parco commerciale di Barcellona. E’ questa l’ipotesi accusatoria che ha portato al sequestro di beni per circa 7 milioni di euro riconducibili all’avvocato barcellonese Rosario Pio Cattafi, 59 anni, già coinvolto in numerose inchieste di mafia e che ha scontato 5 anni tra il 2000 e il 2005.
La vicenda, ricostruita dal sostituto procuratore della dda di Messina Vito Di Giorgio, ruota intorno ad alcune indagini di tipo patrimoniale che la Guardia di Finanza ha effettuato proprio nei confronti del Cattafi riscontrando una importante sperequazione tra il reddito dichiarato, i beni posseduti e gli investimenti effettuati. E così le fiamme gialle hanno posto sotto sequestro anche una società, la Dibeca Sas, riconducibile proprio all’avvocato ma nella quale egli non figurava, almeno formalmente. Il terreno sul quale dovrebbe nascere il grande centro commerciale era stato acquistato proprio dalla Dibeca per un valore poco superiore ai 600 mila euro dall’opera pia salesiana ma numerosi testimoni racconterebbero che nelle trattative figurava costantemente Cattafi, segno evidente, secondo l’accusa, dell’interesse diretto nella società. Poi la strana storia della GDM, società milanese, tra l’altro proprietaria della Carrefour di Milazzo, che aveva presentato un progetto, poi approvato dal comune di Barcellona, per la realizzazione di grandi strutture alberghiere e di divertimento. Ma ad un tratto sembra si sia tirata indietro lasciando campo libero proprio alla Dibeca.
I finanzieri del GICO così hanno posto sotto sequestro, oltre alla società Dibeca, anche 4 beni immobili, 4 autovetture, una moto di grossa cilindrata e poi ancora conti correnti e titoli nella disponibilità dell’avvocato Rosario Pio Cattafi, compare d’anello del boss barcellonese Giuseppe Gullotti e, sempre secondo gli inquirenti, già legato ad esponenti criminali di grosso calibro.

You need to install or upgrade Flash Player to view this content, install or upgrade by clicking here.

30 marzo 2011

Il mercato criminale dell’industria italiana delle armi




Cannoni, missili, carri armati, fucili, pistole, caccia e bombardieri. Produciamo strumenti di guerra di ogni tipologia per il mercato globale, finanche braccialetti e manette che producono scariche elettriche da 50.000 volt, veri e propri sistemi di tortura per detenuti e migranti.
Un business che non conosce crisi e che consente all’industria militare di affermarsi tra le prime cinque produttrici al mondo. Tra il 2008 e il 2009, quando tutti i settori produttivi del made in Italy registravano tassi di crescita negativi, l’export di armamenti è cresciuto del 74%.
Un mercato che si caratterizza per essere tre volte criminale e criminogeno. Perché genera morti in ogni angolo della terra, quasi sempre e solo vittime civili ed innocenti, donne, bambini. Perché divora enormi risorse economiche-finanziarie e naturali, depauperando il pianeta e condannando inesorabilmente miliardi di persone alla fame e al sottosviluppo. Perché gli immensi profitti si dividono tra una ristretta minoranza di attori, manager, industriali, generali, politici, trafficanti (o più prosaicamente “mediatori”) e l’immancabile corte di faccendieri in odor di mafia.
Una zona grigia di illegalità in cui le potenti lobby dei mercanti prosperano aggirando la legge 185 del 1990 che disciplina il commercio delle armi e che vieta in particolare, le vendite ai paesi belligeranti, a quelli sottoposti ad embargo Onu e dell’Unione Europea e a quelli i cui governi sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. La lista dei destinatari dei gioielli di morte del complesso militare industriale italiano è proprio “nera”: al primo posto c’è la petromonarchia dell’Arabia Saudita (commesse per 1.100 milioni di euro), poi il Qatar (317), l’India (242), gli Emirati Arabi Uniti (176), il Marocco (112), la Libia (59), la Nigeria (50), la Colombia (44), l’Oman (37). Sembra più un elenco della geopolitica della guerra totale e permanente, dei diritti violati e negati e delle discriminazioni di genere e minoranze nazionali. Ma nel bel paese vige l’indifferenza e il cinismo. Così i parlamentari e i politici che si stracciano le vesti per le sorti di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana condannata a morte per lapidazione, restano in perfetto silenzio di fronte al fatto che tra gli stati lapidatori compaiono proprio quattro dei principali partner dell’industria di morte italiana. È a loro che sono state esportate nel 2009 più del 50% delle armi prodotte da Finmeccanica, la holding del settore a capitale in parte pubblico.
Con gli emiri in particolare, si profilano all’orizzonte affari a nove zeri. Dopo il voto unanime del Parlamento italiano - il 28 ottobre 2009 - che ha ratificato l’accordo di “cooperazione nel settore della sicurezza” firmato sei anni prima dall’allora ministro della difesa Martino e dal principe ereditario di Dubai e ministro della difesa degli EAU, sceicco Mohamed Bin Rashid Al Maktoum, sono state esemplificate le procedure di trasferimento di armamenti, munizionamenti, mine, propellenti, satelliti, sistemi tecnologici di comunicazione e per la guerra elettronica. Scambi che potranno avvenire anche in deroga alla legge 185 e che consentiranno la triangolazione di armi «a Paesi terzi senza il preventivo benestare del Paese cedente». E l’accordo di mutua cooperazione è stato prontamente festeggiato da Finmeccanica con una maxi-commessa da due miliardi di dollari: gli Emirati hanno affidato alla controllata Alenia Aermacchi la fornitura di 48 bimotori M-346 “Master” che saranno utilizzati per l’“attacco leggero” (sganciamento di bombe sino a 3.000 kg) e l’addestramento avanzato dei piloti destinati ai cacciabombardieri Eurofighter, Rafale, F-16, F-22 ed F-35 “Joint Strike Fighter”, acquistati di recente dall’aeronautica militare EAU.

Quando non è possibile mettere nero su bianco su triangolazioni e trasferimenti a paesi in guerra c’è sempre pronto a dare una mano l’alleato d’oltreoceano. Qualche mese fa il comandante della coalizione Usa-Nato in Afghanistan, generale Stanley McChrystal, ha rivelato all’agenzia Reuters la consegna alle forze armate afgane di due aerei da trasporto C-27A “Spartan” in dotazione dell’US Air Force, mentre altri 18 velivoli dello stesso modello saranno consegnati entro il 2011. Come dichiarato dall’alto ufficiale statunitense, «questo programma consentirà all’aviazione militare afgana di raddoppiare le proprie dimensioni per operare con efficacia dopo essere rapidamente caduta in disgrazia con l’avvento dei talebani». Velivoli prodotti nelle corporation a stelle e a strisce? Assolutamente no. I due biturboelica C-27A erano stati acquistati nel 1990 in Italia all’allora Aeritalia, oggi Alenia Aeronautica (Finmeccanica). Si tratta di una versione leggermente modificata degli aerei da trasporto G.222, in dotazione sino al 2005 alla 46^ Aerobrigata dell’Aeronautica militare di Pisa. Si dà poi il caso che il 19 settembre del 2008, proprio 18 G.222 ex AMI erano stati ceduti dal ministero della difesa italiano agli Stati Uniti in cambio di 287 milioni di dollari. Inutile aggiungere che si tratta proprio degli “Spartan” che il Pentagono consegnerà all’Afghan National Army Corps dopo che saranno conclusi i lavori di ricondizionamento delle apparecchiature di bordo, probabilmente proprio negli stabilimenti di Alenia. Anche stavolta da registrare l’imbarazzato no-comment del ministero della difesa e dei parlamentari di destra, centrodestra e centrosinistra.
Con un altro accordo di “cooperazione” sottoscritto da Silvio Berlusconi e dal colonnello Gheddafi, Italia e Libia hanno chiuso la lunga contesa post-coloniale. In nome della comune lotta all’immigrazione “irregolare”, si è dato il via ai pattugliamenti navali congiunti e alla realizzazione in pieno deserto di carceri-lager per richiedenti asilo in fuga dagli inferni del Corno d’Africa, Iraq e Afghanistan.
Ma il vero cuore dell’intesa sta negli affari e nelle commesse per le fabbriche di armi.
Con il disgelo italo-libico l’AgustaWestland ha trasferito alle forze armate locali 10 elicotteri A109 Power, valore 80 milioni di euro, che saranno utilizzati per il «controllo delle frontiere». La stessa società italiana, da tempo immemorabile al centro di inchieste giudiziarie, scandali e mazzette, ha pure sottoscritto un accordo con la Libyan Company for Aviation Industry per costituire una joint venture per lo sviluppo di attività nel settore aeronautico e dei sistemi di sicurezza. Finmeccanica, la holding che detiene il controllo di AgustaWestland, ha invece firmato un accordo con Tripoli per la creazione di una joint venture nel campo dell’elettronica e dei sistemi militari di telecomunicazione. Nel gennaio 2008, è stata la volta di Alenia Aeronautica a siglare con il ministero dell’Interno libico un contratto del valore di oltre 31 milioni di euro per la fornitura del velivolo da pattugliamento marittimo ATR-42MP “Surveyor”. Sempre nel campo della “homeland security” (o della militarizzazione in funzione anti-migranti), Selex Sistemi Integrati realizzerà un grande sistema di protezione e sicurezza dei confini della Libia e fornirà direttamente sul campo l’addestramento degli operatori e dei manutentori.
Altro pozzo di San Patrizio dell’export di guerra italiano è un altro paese leader della lotta ai migranti, il Marocco. Dal 1973 occupa militarmente l’ex Sahara spagnolo, massacrando attivisti indipendentisti, deportando intere comunità, disseminando di mine anti-uomo il muro-frontiera di oltre 3.000 chilometri realizzato per isolare i territori occupati. Per numerose organizzazioni non governative internazionali, il Marocco ha collaborato attivamente con gli Stati Uniti d’America nelle extraordinary rendition, i sequestri di presunti terroristi islamici, poi deportati nelle supercarceri di Medio oriente e Guantanamo, ed ospiterebbe ancora un centro di detenzione segreto per vecchi e nuovi desaparecidos. Amnesty International denuncia che in Marocco «sono aumentati nel 2009 gli attacchi alla libertà di espressione, di associazione e di riunione» e che «difensori dei diritti umani e giornalisti fautori dell’autodeterminazione del Sahara Occidentale sono incorsi in vessazioni, arresti e perseguimenti giudiziari». «Le autorità hanno continuato ad arrestare ed espellere cittadini stranieri sospettati di essere migranti irregolari senza prendere in considerazione le loro singole necessità di protezione o permettere loro di contestare l’espulsione», aggiunge Amnesty International. «Alcuni sarebbero stati scaricati al confine con l’Algeria o la Mauritania, senza adeguate quantità di cibo e acqua». Per rendersi conto che aria si respira in uno dei principali partner dell’establishment politico-militare industriale italiano, si pensi a quanto accaduto lo scorso 8 novembre, quando le forze armate marocchine attaccarono e distrussero il campo rifugiati di Gdeim Izik, nella capitale sahrawi di Al Aaiun. Per il Fronte Polisario si è trattato di un massacro senza precedenti: 21 i morti civili, 723 i feriti e 159 i “dispersi”.
Le più importanti commesse al Marocco? A fine 2008 l’immancabile Alenia Aeronautica ha siglato un contratto del valore di circa 130 milioni di euro per la fornitura di quattro velivoli C-27J, lo stesso aereo da trasporto e per il lancio di paracadutisti girato all’Afghanistan via Washington. In joint venture con Eads, Alenia Aeronautica consegnerà pure due Atr 42-600 e quattro Atr 72-600 alla compagnia di bandiera Royal Air Maroc. Apparecchiature integrate per comunicazioni e controllo terrestri prodotte da Selex Communications finiranno al FAR du Maroc, le forze armate marocchine che non mancheranno di utilizzarle in funzione anti-Polisario e anti-migranti. La marina militare marocchina si doterà invece delle nuove fregate multimissione FREMM co-prodotte da Francia (Thales e DCNS) e Italia (Fincantieri e Finmeccanica). Le fregate saranno superarmate: siluri MU90, missili Exocet MM40 e Aster 15 ed i cannoni 76/62 SR stealth della OTO Melara, altra società Finmeccanica. Con le autorità marocchine starebbe per essere avviato pure un programma per insediare a Casablanca un polo aeronautico per la fabbricazione di componenti meccaniche destinate a velivoli civili e militari che vedrebbe la compartecipazione (o forse meglio la terziarizzazione e delocalizzazione) di alcune delle maggiori imprese aeronautiche italiane.

La lobby filo-marocchina è assai potente tra parlamentari, ministri e industriali nostrani e non c’è stata inchiesta giudiziaria negli ultimi decenni che non abbia individuato transazioni più che sospette sulla rotta Roma-Rabat. Nel 1992 erano state le Procure della Repubblica di Messina a Catania a indagare su un gruppo di faccendieri in stretto contatto con una delle più potenti cosche mafiose siciliane (quella etnea capeggiata da Benedetto “Nitto” Santapaola), che stava mediando la fornitura di armamenti prodotti dalla Breda Meccaniche Bresciane alla marina, all’esercito e all’aviazione del Marocco. L’inchiesta, come buona parte di quelle che tentano di colpire i santuari dei mercanti di morte, si concluse nel nulla. Quattro anni dopo però la Guardia di finanza di Firenze recuperò le montagne di intercettazioni telefoniche ed ambientali prodotte e inviò un’informativa alla Procura di La Spezia che indagava su quella che era stata definita la “nuova P-2”, l’ennesima organizzazione paramassonica in grado di “deviare” il funzionamento di istituzioni, istituti bancari ed holding industriali dell’Italia a sovranità assai limitata. Utilissimo rileggere alcuni dei passi dedicati al funzionamento del sistema criminale tessuto dai mercanti di morte, basati sulle risultanze delle indagini su mafie, droga ed armi condotte nei primi anni ’80 dall’allora giudice istruttore di Trento, Carlo Palermo. «La fusione tra interessi pubblici e interessi commerciali e la compenetrazione di uomini, istituzioni e risorse appartenenti alla sfera statale e al mercato rende difficile distinguere confini e responsabilità», scrivono i militari della GdF. «La visibilità di tali gruppi di potere emerge solo in circostanze eccezionali, come le inchieste parlamentari e della magistratura, oppure in occasione di fatti di cronaca particolarmente eclatanti come lo “scandalo Lockeed” in Europa all’inizio degli anni ’70, o l’emergere della loggia P2 in Italia all’inizio degli anni ’80».
In particolare, il giudice Palermo era giunto a definire tre «diverse costellazioni» di poteri collegate alla produzione e al commercio delle armi. La prima comprende gli apparati imprenditoriali e finanziari delle industrie produttrici di armamenti, operanti in strettissimo collegamento con l’establishment militare ed i vertici dei servizi di sicurezza di quasi tutti i paesi. «I circoli in questione costituiscono l’elemento di continuità nel business dell’esportazione di armi, e la loro particolare collocazione li rende nello stesso tempo “fedeli al sistema” ed autonomi dal potere politico del momento, specie nei paesi caratterizzati da un tasso elevato di instabilità governativa. La tendenza di tali gruppi è quella di accrescere la propria coesione ed impermeabilità tramite la costituzione di associazioni segrete o semiclandestine, e di collegarsi a singoli esponenti politici di rilievo piuttosto che a partiti o correnti politiche».
Il secondo gruppo di potere comprende i mediatori e i commercianti all’ingrosso e al minuto, quasi sempre alle dipendenze dirette o in stretto collegamento con le industrie produttrici. «È presso tale categoria che troviamo gli “incroci”, molto frequenti con il mondo della droga e della finanza clandestina», prosegue l’informativa.
«Si tratta della naturale tendenza ad usare circuiti di scambio semisegreti attivati per la circolazione di una data merce e per il commercio di altre merci: oggi le armi, domani gli stupefacenti, poi le informazioni politico-militari, l’alta tecnologia ecc. I motori del tutto sono quelli di sempre. Profitto economico ed ambizioni di potenza.
Con l’aggiunta di una componente sempre più rilevante di “professionismo illegale”, causato dalla moltiplicazione dei soggetti e dei canali del mercato illecito». Infine il terzo tipo di coalizione di potere interessata all’esportazione di armi, composta da personalità politiche ai vertici istituzionali, in grado di percepire tangenti sulle vendite o sugli acquisti.
Un vero e proprio blocco di potere i cui contorni sono stati ben delineati dalle indagini sui traffici gestiti dal pool di operatori vicini alle cosche siciliane e ai grandi manager militar-industriali. Oltre alla fornitura di materiali di armamento al Marocco, l’organizzazione stava seguendo freneticamente l’affare relativo alla vendita alla Guardia nazionale dell’Arabia Saudita di dodici elicotteri CH47 per il trasporto truppe ed armamenti, di produzione “Agusta SpA”. Il trasferimento dei mezzi da guerra vide scendere in campo le massime autorità saudite. Nel corso di una telefonata del 15 giugno 1992 tra un faccendiere siciliano e l’allora direttore generale dell’industria bellica, il primo forniva l’identità del suo diretto interlocutore: «È lo sceicco Hassan Hennany a tenere le fila con re Fahd. Hennany è il segretario del principe Feisal ben Fahd, il figlio del sovrano d’Arabia, e può darci una mano a vendere elicotteri anche al Marocco». Il mese precedente, lo stesso faccendiere e alcuni personaggi in contatto con i clan mafiosi erano stati ospiti del saudita a bordo del suo yacht ormeggiato a Cannes. I particolari di quell’incontro erano stati raccontati dal responsabile per le relazioni estere di Forza Italia al direttore commerciale di Pubblitalia-Fininvest, Alberto Dell’Utri. «In questi giorni sapremo le date, te le comunico e ci incontriamo. Ok?», dichiarava l’alto dirigente di Forza Italia. Poi aggiungeva: «Se per caso il tuo presidente, se potesse venire per dire... un incontro. Perché c’è pure in grande pompa magna quell’Hennany. Alberto, io non ci sto dormendo la notte!».
L’identità del “presidente” prendeva forma nel corso di una telefonata intercorsa il 3 giugno 1992 tra due delle persone sottoposte ad indagine. «Scusami Aldo, noi lunedì c’incontriamo. Possiamo parlare con questo Berlusconi o no?», domandava uno di essi. «Gioia mia, mi auguro di sì. Io non te lo posso dire in questo momento e neanche lui me lo sa dire», la risposta.

29 marzo 2011

La mafia nell'agricoltura. Il procuratore: ''Soprattutto nella distribuzione''



28 marzo 2011

"Cosa Nostra la vediamo ma la teniamo lontana", assicura il neoministro dell'Agricoltura Saverio Romano replicando ai sospetti sulla sua nomina, vista l'inchiesta per mafia che lo riguarda. L'ultimo rapporto della direzione antimafia sottolinea il crescente impegno della criminalità organizzata nell'economia agricola, le infiltrazioni nei mercati, il monopolio della distribuzione. Fenomeni con cui Romano ora dovrà confrontarsi e dare risposte concrete. Ma in che modo le mafie danneggiano l'agricoltura? Niccolò Carratelli l'ha chiesto al sostituto procuratore dell'antimafia Maurizio De Lucia


Licata, dove il pizzo è ancora quello dell`acqua





















di Raffaella Cosentino

Nella Sicilia profonda, l`estorsione non è sparita, si è semplicemnte evoluta. E` il pizzo con la fattura in edilizia e agricoltura. La morsa mafiosa sul territorio passa per il controllo illegale delle risorse idriche necessarie alle serre. Il vicepresidente dell`associazione Di Cara denuncia: “Per le vittime è diventato centrale ottenere i soldi”

LICATA (Ag) – “L`Antiracket qui non ha funzionato. Il pizzo si è molto sofisticato, non è più il sistema rozzo di prima e l`illegalità ha confini così dilatati che servono attività investigative lunghe e complesse`. E` il bilancio negativo tracciato dall`ingegnere Roberto Di Cara, vicepresidente dell`Antiracket a Licata, dopo cinque anni di attività dell`associazione, che si è costituita in città nel 2006 per far fronte soprattutto al problema dell`usura. Il presidente è padre Tonino Licata, che è tornato nella città d`origine dopo essere stato a Capo D`Orlando (Me). Lì, nei primi anni Novanta, nacque nella sua parrocchia l`Acio, l` Associazione commercianti imprenditori orlandini, presieduta da Tano Grasso, l`incipit dell`Antiracket italiano.

Così è nata l`idea di ripetere l`esperienza anche in provincia di Agrigento, sulla scia di quanto faceva l`allora sindaco Rosario Crocetta nella vicina Gela. Anche a Licata, attentati, intimidazioni e auto bruciate bersagliavano i commercianti.
“Da noi le indagini raramente sono andate in porto, tranne qualche caso – denuncia Di Cara - e non c`è stata grande adesione, la città non ha risposto perché è più facile rivolgersi all`usuraio che alla banca o allo stato. Non siamo riusciti a incidere su questo livello culturale`.

L`antiracket non ha attecchito, l`usura è ancora molto diffusa, in paese le difficoltà economiche sono pesantissime e le attività commerciali non reggono con la crisi. “La questione è un sistema economico che funzioni legalmente – dice Di Cara - il terreno d`azione deve essere il supporto dello Stato per non spingere gli imprenditori a rivolgersi a un usuraio`. L`attuale normativa antiracket distorce le cose, secondo il vicepresidente dell`associazione a Licata.
“Il fatto che venga data indennità a chi denuncia il pizzo ha fatto sì che la cosa centrale diventasse ottenere questi soldi – afferma - per cui non si riusciva più a distinguere se le denunce venivano fatte per opporsi al racket o per ottenere il fondo di ristoro da parte della commissione nazionale antiracket.

Tu assistevi l`imprenditore agricolo che ha subito usura per fargli ottenere l`indennità prevista dalla normativa invece di aiutare a diffondere una cultura antimafia. Denunciando si ottenevano due cose: non pagare più l`usuraio e avere il contributo da parte dello Stato, ma non è così che diffondiamo la cultura della legalità`.

Un altro problema è costituito dall`evoluzione del pizzo nel controllo del territorio. In gergo mafioso si chiede la messa a posto`, ma l`estorsione è inutile in un sistema di economia depressa in cui non girano soldi, come quella di alcune aree della Sicilia.
“Non si chiede il pizzo se un`attività non guadagna – spiega Di Cara - il mafioso deve essere riconosciuto nel territorio, la mafia non è clandestina. Negli ultimi periodi si è notato che il problema non è tanto chiedere i soldi, è diventato troppo pericoloso`.

La “messa a posto` c`è ancora nell`attività edilizia, ma non passa più per la richiesta monetaria. Si obbliga la ditta ad acquistare forniture, servizi di guardiani e subappalti dalle imprese mafiose. E` il pizzo con la fattura. Il prezzo è quello di mercato ma l`imprenditore non ha scelta sulla qualità del servizio, è obbligato a rivolgersi ai mafiosi.

Licata vive di agricoltura intensiva, con le serre che producono tre raccolti all`anno. Anche qui la nuova mafia stravince grazie alle regole della grande distribuzione organizzata. Non ci sono più i mercati ortofrutticoli dove si faceva la contrattazione. L`agricoltore porta il prodotto nel magazzino, lo lascia senza sapere quanto sarà pagato. Il prezzo si fa quando la frutta e la verdura arrivano a Fondi e a Milano, il guadagno va tutto in mano al mediatore, che di solito è il proprietario del magazzino.

“Il confine tra legalità e illegalità scema sempre, questi magazzini detengono il monopolio – spiega il vicepresidente dell`antiracket cittadino -. Si innesta lì tutto il circuito finanziario, perché per impiantare un`azienda agricola hai bisogno di molti soldi e se le banche non te li prestano, quello del magazzino presta i soldi per le attrezzature, per comprare le piantine. Il sistema controlla l`attività economica ed è difficile chiamarlo ‘illegale`, lo diventa quando ci sono le imposizioni`.

Dagli anni Ottanta, l`agricoltura licatese si fa in serra, ma serve acqua tutto l`anno, oltre al fatto che per impiantare una serra servono i teli di plastica, le piantine, i diserbanti e i concimi, costosi perché c`è un sistema di multinazionali a gestirli. “A Licata non c`è un sistema idrico che rifornisce l`agricoltura – continua Di Cara – l`acqua si è trovata in gran parte illegalmente rompendo le condotte pubbliche. Acqua ce n`è poca e quando non piove, il sistema di controllo del territorio controlla l`approvvigionamento illegale dell`acqua. L`agricoltore nemmeno paga l`acqua, ma i rubinetti sono in mano ai mafiosi, spesso gli stessi che controllano il magazzino al quale poi l`imprenditore agricolo è obbligato a conferire i suoi prodotti se vuole lavorare`.

Gela, quattro mezzi comunali in fiamme Il Sindaco Fasulo: «Un grave attacco alla mia amministrazione»


Gela, 28.03.2011 | di Rosario Cauchi

Quattro mezzi comunali, utilizzati dall’amministrazione municipale di Gela allo scopo di effettuare attività di manutenzione, sono andati in fiamme all’interno di un autoparco della periferia cittadina. «Quest’incendio – dichiara il sindaco Angelo Fasulo – è un attacco alla volontà della mia giunta di cambiare questa città». Il fuoco ha distrutto due mezzi e gravemente danneggiato gli altri. «Non è un caso – continua il primo cittadino – che l’incendio sia stato appiccato proprio all’indomani della nostra decisione di riattivare mezzi fermi oramai da diverso tempo». L’esigenza di costante manutenzione all’interno del perimetro urbano, infatti, aveva indotto la giunta comunale a scegliere di riavviare anche veicoli fermi da mesi.

Dall’interno delle stanze del municipio di Gela emerge la certezza che le fiamme siano state appiccate al solo scopo di bloccare l’attività di riorganizzazione avviata dalla giunta Fasulo. Le indagini sono state avviate dai carabinieri del reparto territoriale di Gela. A quanto trapela, gli attentatori, dopo aver scavalcato il cancello dell’autoparco, avrebbero utilizzato la benzina già presente all’interno dei mezzi per appiccare il fuoco.

«E’ bene dirlo – afferma ancora Angelo Fasulo – è un atto vile che danneggia, soprattutto, l’intera comunità cittadina, ma noi non arretreremo di un solo passo». L’area colpita è protetta solo da un cancello: nessuna guardiania, infatti, copre il perimetro del parco auto. Solo qualche giorno addietro, un episodio analogo si era verificato a Butera; l’incendio, in questo caso, ha prodotto conseguenze ancora più gravi, distruggendo sette veicoli utilizzati per la raccolta dei rifiuti. I danni prodotti dall’incendio dei quattro mezzi comunali all’interno della rimessa di via Marsala, invece, sono ancora in via di quantificazione. Anche il Prefetto di Caltanissetta Umberto Guidato ha avviato contatti per organizzare una riunione tra i rappresentanti istituzionali dell’area del sud.

28 marzo 2011

IL NETWORK SEGRETO DEI POTENTI: Luigi Bisignani


"Pare che disponga di un suo ufficio a Palazzo Chigi il “consulente” Luigi Bisignani (nella foto). E chi è, direte voi? Un nome che nell’establishment italiano fa scattare sull’attenti parecchia gente, e a noialtri fa rizzare i pochi capelli rimasti in testa. Specialista in logge, diciamo. Ma davvero gli hanno dato un ufficio vicino a quello di Gianni Letta? Bisignani una volta lavorava nell’ombra, o al massimo tramite Dagospia…"


Mafia: pentiti confermano accuse voto scambio per Antinoro


26 marzo 2011

Palermo. I pentiti Manuel Pasta e Michele Visita hanno confermato davanti alla terza sezione del Tribunale di Palermo, presieduta da Fabrizio La Cascia, i presunti accordi tra mafia e politica per le elezioni regionali in Sicilia della primavera del 2008 da cui è scaturito il processo ad Antonello Antinoro, eurodeputato ed ex assessore regionale dell'Udc ora con il Pid (Popolari di Italia domani), accusato di voto di scambio. L'audizione dei pentiti si è svolta al palazzo di giustizia di Roma. Visita ha raccontato di aver partecipato a riunioni a scopo elettorale a casa di un medico, Domenico Galati, dove sarebbe stato presente anche Antinoro.
Proprio a casa di Galati ci sarebbe stato l'accordo con i mafiosi e poi, in un incontro successivo, lo scambio della mazzetta per ottenere voti.
Per Antinoro, che non ha mai negato di aver incontrato Visita, il pagamento era solo per servizi i di «attacchinaggio» durante la campagna elettorale. Anche Manuel Pasta ha ribadito quanto già messo a verbale nel processo Eos, operazione nella quale è stato coinvolto Antinoro e che ha portato in carcere decine di estortori ed esponenti dei clan di Palermo. Secondo Pasta, Antonello Antinoro avrebbe comprato sessanta voti per tremila euro. Il processo è stato rinviato al 7 aprile per sentire Domenico Galati.
Il pentito Pasta ha puntualizzato di «non conoscere direttamente Antinoro» ma di sapere che la moglie di Salvo Genova aveva ricevuto dei soldi, che provenivano dal deputato, durante la campagna elettorale. Il collaboratore non avrebbe però parlato, come invece scritto in precendenza, di un quantitativo di denaro ricevuto da Antinoro per un preciso numero di voti.

fonte: ANSA

27 marzo 2011

Ecco tutte le bugie che ci hanno raccontato sulla guerra libica


Un racconto sulla micidiale manipolazione con cui viene costruito il consenso alla guerra in Libia.

fonte: megachipdue


L’Europa dà ragione a De Magistris E multa l’Italia per 57 milioni

di Marco Lillo

L'inchiesta Poseidone aveva svelato la truffa all'Unione europea. L'Olaf ha indagato per quattro anni, poi ha steso un rapporto di 35 pagine che condanna il nostro Paese.

L’Europa chiede all’Italia 57 milioni di euro per gli sperperi del precedente governo regionale calabrese di centrodestra sui quali ha indagato Luigi De Magistris. Radio Londra chiama e Bruxelles risponde. Secondo Giuliano Ferrara, “Luigi De Magistris non sarebbe diventato nessuno se avesse impostato delle inchieste che mettevano capo a qualcosa di vero e di concreto”. Secondo l’Olaf, l’Ufficio Antifrode Europea, qualcosa di concreto quelle inchieste lo hanno prodotto. Grazie all’indagine Poseidone, per esempio, sono stati risparmiati 48,8 milioni di euro. Lo dice il rapporto 12127-I-2010 dell’Olaf, appena trasmesso agli uffici giudiziari italiani. Il Fatto Quotidiano è riuscito a visionarlo. Porta la data del 6 ottobre 2010 e si intitola “Depuratori-Procura di Catanzaro”. L’Olaf, una direzione generale composta di 500 uomini, fa proprie le ipotesi di accusa formulate nel lontano 2005. Sei anni dopo l’avvio dell’inchiesta sui depuratori calabresi a Catanzaro e quattro anni dopo l’apertura dell’indagine parallela a Bruxelles (essendo coinvolti i fondi europei) si può fare finalmente un bilancio. Nel febbraio scorso c’erano state le 35 richieste di rinvio a giudizio (su 40 indagati) del procuratore aggiunto di Catanzaro Giuseppe Borrelli (subentrato nell’accusa) ora l’Olaf presenta il suo conto: 114 milioni di euro di danno (“vero e concreto”, come dicono a Radio Londra) per il bilancio comunitario, il più grande mai accertato dall’Ufficio anti-frode comunitaria.

La relazione finale dell’Olaf si compone di 35 pagine fitte. Gli investigatori che firmano il rapporto, gli italiani Giorgio Brattoli (funzionario Ue) e Francesco Albore (maggiore dei Carabinieri) coordinati dal capo dell’Unità investigativa Olaf, James Sweeney, hanno fatto la spola con l’Italia per quattro anni per acquisire carte e testimonianze negli uffici della Regione Calabria; del Commissariato per l’emergenza ambientale del Tribunale di Catanzaro, dell’ufficio giuridico presso la Protezione civile e infine del ministero dell’Ambiente.
L’indagine dell’Olaf non cercava i reati come quella dei pm italiani, ma mirava a verificare se i fondi strutturali europei fossero stati spesi correttamente dal Commissariato all’emergenza ambientale guidato dal presidente della Regione di centrodestra, Giuseppe Chiaravalloti (oggi all’Autorità Garante della Privacy), e gestito dall’uomo di Alleanza nazionale Giovambattista Papello, divenuto poi tesoriere della Fondazione del ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli.

Nella sintesi finale della relazione si legge che il danno evitato per il bilancio comunitario è pari a 48,8 milioni di euro, dei quali 24,4 milioni di euro provenienti dai fondi strutturali dell’Europa. Purtroppo molti buoi erano già fuggiti dal recinto e così il “danno causato” è stato comunque di 114 milioni di euro dei quali ben 57 milioni di euro provenienti dai fondi strutturali europei.

Ecco perché a pagina 33 della relazione si legge la frase che non farà piacere al ministro dell’Economia Giulio Tremonti: “Alla luce dei risultati sopra descritti si raccomanda all’ordinatore della spesa della Commissione europea, DG REGIO, a prescindere dagli esiti delle indagini giudiziarie italiane (cioè anche se il Tribunale di Catanzaro dovesse dar torto all’impostazione di De Magistris e Borrelli, ndr) il recupero totale dei contributi elargiti per un ammontare alla data del 28 aprile 2009 di 57 milioni di euro” (….) “inoltre si raccomanda all’unità Olaf C1 di raccogliere gli esiti dei procedimenti penali e della Corte dei conti, di inviare il presente rapporto alle autorità giudiziarie italiane e alla magistratura contabile”.

Il rapporto ripercorre la storia dell’indagine: “Nel luglio 2007 a seguito dell’analisi delle informazioni ricevute nell’ambito delle attività di monitoraggio delle indagini giudiziarie condotte dalla Procura di Catanzaro, in Italia, l’OLAF apriva un’indagine amministrativa esterna, al fine di appurare la legittimità dell’uso dei contributi comunitari (…) Nell’ambito dell’indagine amministrativa l’OLAF ha rilevato, come meglio descritto nel corpo del presente rapporto, gravi irregolarità amministrative che hanno permeato tutte le fasi di esecuzione dei progetti co-finanziati nell’ambito delle azioni 1.2 c) e d) del POR Calabria 2000-2006. In particolare: la mancata osservanza delle norme relative agli appalti pubblici dovuta all’utilizzo di deroghe non applicabili a progetti inerenti la programmazione comunitaria; l’assenza di una contabilità analitica; la mancata osservanza delle norme sulla pubblicità; gli enormi ritardi nell’ultimazione dei lavori e nei collaudi; il mancato trasferimento nei tempi previsti delle competenze relative al settore della depurazione agli enti ordinariamente competenti e inoltre l’esiguo numero dei controlli effettuati”.

Per tutte queste ragioni, l’Olaf chiede indietro all’Italia “il recupero in toto dei sussidi elargiti per i 48 interventi oggetto della presente indagine, per un ammontare complessivo, alla data del 28/04/2009, di 57 milioni di euro”, sempre grazie all’inchiesta dell’ex pm “il commissariato delegato per l’emergenza ambientale ha provveduto ad escludere ulteriori 21 interventi per un ammontare di 40,4 ME e ulteriori spese per 8,4 milioni di euro”. L’Italia illegale che guadagna sugli sperperi dei soldi europei non sarà grata a Luigi De Magistris. L’Europa gli deve 57 milioni di ringraziamenti. Forse per questo l’hanno eletto presidente della Commissione di controllo sul Bilancio europeo.

Da Il Fatto Quotidiano del 27 marzo 2011

26 marzo 2011

Nicola Gratteri: ''Da anni la mafia ha interessi nel traffico dei migranti''


''Mafia investe dove c'e' denaro per mimetizzarsi''


25 marzo 2011
Firenze. «Il problema delle mafie non è solo un problema dell'Italia meridionale, ma riguarda l'Italia intera, riguarda l'Europa.

Le mafie investono dove c'è denaro, per mimetizzarsi meglio». Lo ha detto Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Repubblica del tribunale di Reggio Calabria, nel corso di un incontro sul tema delle mafie in Palazzo Medici Riccardi a Firenze.

«C'è bisogno che i giovani prendano subito coscienza di questo problema - ha aggiunto Gratteri -, perchè le regioni del nord, i territori del nord sono invasi da soggetti che hanno grande liquidità, provento del traffico di cocaina: quindi possono venire qui a comprare immobili e poi condizionare e controllare l'economia».
Gratteri è intervenuto oggi ad una lezione sulle mafie nell'ambito del progetto 'Campionato di Giornalismò, concorso-laboratorio di scrittura giornalistica, organizzato da anni dal quotidiano 'La Nazionè. Al dibattito hanno partecipato, tra gli altri, il presidente della Provincia di Firenze, Andrea Barducci e il giornalista e scrittore, Antonio Nicaso.

fonte: ANSA

Castelvetrano: quando secondo alcuni, i giornalisti sono peggio della mafia

fonte video:


di Rino Giacalone - 25 marzo 2011


Documento del Consiglio comunale di Castelvetrano. Il Consiglio Comunale di Castelvetrano in riferimento al servizio televisivo andato recentemente in onda nel corso della trasmissione Exit di La 7, esprime il suo rincrescimento per un simile tendenzioso modo di fare informazione, tutto teso a presentare in modo distorto la realtà di questa città; ribadisce la sua ferma condanna, a tutti i livelli, del fenomeno mafioso, la sua fiducia nelle forze dell’Ordine e nella Magistratura, il suo intendimento a promuovere i valori della legalità e della partecipazione democratica. Se questa, nostro malgrado e senza nostra colpa, è la città di Messina Denaro, essa è pure la città che ha voluto edificare il suo nuovo Municipio e le sue nuove caserme della Polizia di Stato e della Finanza sui terreni strappati alla mafia, per volere plasticamente significare la rivincita dello Stato sui frutti del malaffare e della violenza; questa è la città che ha voluto affidare molti e molti ettari di terreni confiscati a Cosa Nostra ad associazioni e cooperative, che oggi permettono a tanti giovani di riscattarsi da un passato difficile; questa è la Città dove ha sede il Consorzio Provinciale per la Legalità, in uno stabile, confiscato anch’esso alla mafia e che ha assunto il nome di “Casa Falcone e Borsellino”; questa è la città che nel corso di una delle tante carovane dell’antimafia ha voluto che sulle sue mura gli artisti di strada, i cosiddetti writers, lasciassero tangibili e duraturi i segni della rivolta alla mafia e della volontà di riscatto; questa è la città in cui i giovani sono stati protagonisti di innumerevoli iniziative, tra cui, a maggio scorso, un significativo corteo della legalità; questa è la città dove le scuole, a parte i progetti per così dire curriculari di educazione alla legalità, si sono rese protagoniste di tantissime manifestazioni che sarebbe qui lungo enumerare; questa è la città dove oggi anche la direzione del neonato Parco Archeologico ha avvertito la sensibilità di iniziare, d’intesa con la civica amministrazione, il primo dei suoi incontri culturali al Baglio Florio, con una manifestazione contro la mafia. Il Consiglio Comunale è ovviamente consapevole che, come in tante altre parti della Sicilia e dell’Italia, la pianta del malaffare alligna anche in questo territorio, ma vuole anche sottolineare quanto importanti siano stati i colpi inferti, alla organizzazione mafiosa; e di quanto sia rilevante, nel contempo, la crescita nell’opinione pubblica, e soprattutto nei giovani, di una nuova sensibilità civica fondata sui valori della libertà e della giustizia. Il Consiglio Comunale auspica che tali segnali siano doverosamente raccolti anche da parte degli operatori dell’informazione che, a volte, sembrano più alla caccia della notizia sensazionale o del “caso” da sbattere in prima pagina, piuttosto che tesi a cogliere dal di dentro le dinamiche di una società che vuole cambiare.


Questa è la reazione del Consiglio comunale di Castelvetrano. Invece di prendersela con chi, tra i propri concittadini, dinanzi a chi ai microfoni de La 7 ha detto che Matteo Messina Denaro, il super boss latitante, condannato a decine di ergastoli, autore delle peggiori stragi, è una persona perbene e che dovrebbe fare il sindaco della città, attacca i giornalisti. Nemmeno una parola sul sindaco di Castelvetrano, Pompeo, che intervistato si è augurato che il boss si costituisca così da potere affrontare i processi, dimenticando che i processi già ci sono stati e le condanne sono diventate definite. Ma ovviamente non essendosi mai costituito parte civile certe cose non le può sapere. L'unica cosa che i consiglieri hanno saputo i consiglieri belicini fare è stata quella di attaccare i giornalisti. E così il Consiglio comunale di Castelvetrano ha approvato un documento contro Exit (trasmissione su Messina Denaro) e i giornalisti.
Al solito si rivendica che i giornalisti non si occupano delle belle cose.
Ma non si riflette che se si mette la campana del silenzio sopra le cose che non vanno queste non saranno mai denunciate e non c'è fiducia da concedere a questa classe politica belicina che il malaffare non lo ha mai denunciato.

Il lungo documento omette di ricordare le mancate costituzioni di parte civile del Comune nei processi contro Messina Denaro e soci, omette di ricordare come mai in un battibaleno fu permesso a Grigoli di costruire il suo maxi centro commerciale non dice del silenzio calato, da tutti i fronti, sull'incendio della casa dell'arch. Calamia e sul suo coraggio. Non parla di un imprenditore oleario che per avere creato un consorzio tra i produttori interrompendo una parte di catena del prezzo controllato dai mafiosi subì un attentato incendiario.... Potrei continuare ma queste sono le contraddizioni di chi predica bene e razzola male.....e allora speriamo che Exit torni perchè di cose da fare uscire fuori ce ne sono ancora tante alla faccia di chi dice che va tutto bene madama la marchesa.


Saverio Romano Relazioni pericolose tra ministro e boss

di Marco Lillo

Le carte delle inchieste sul neoministro dell'Agricoltura. Quei rapporti pericolosi con i boss siciliani. Francesco Buscemi starà festeggiando a suon di cannoli dopo avere visto in televisione il suo amico Saverio Romano giurare come ministro dell’agricoltura. L’uomo giusto al posto giusto. Nell’indagine che portò all’arresto di Buscemi per mafia c’è un’intercettazione del 2001 che spiega la sua felicità.

Buscemi era indagato per i suoi rapporti con il boss del mandamento di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, e con il braccio destro di Bernardo Provenzano, Giuseppe Lipari. Nato nel 1935, legatissimo a Vito Ciancimino, funzionario ai Lavori pubblici della Provincia, Buscemi sarà condannato in primo grado per il suo ruolo di ponte tra mafia e politica e si salverà in appello grazie alla derubricazione dell’accusa di mafia in favoreggiamento semplice, reato prescritto. Nei mesi precedenti alle elezioni del 2001 Buscemi andava a trovare il boss Guttadauro, uscito da poco di galera per concordare le strategie e i candidati. Il 3 maggio del 2001, per convincere il boss a sostenere Romano ricorda con orgoglio le “pazzie” di quel “ragazzo grazioso” per lui. Il dialogo merita di essere riproposto a beneficio di chi ha vistato la nomina di questo 46enne di Belmonte Mezzagno a capo di un ministero che dovrà gestire nei prossimi anni 15 miliardi di euro.

FR: Francesco Buscemi.
GU: Giuseppe Guttadauro.

FR: Tu sai che si porta a Bagheria? Si porta alle nazionali Saverio Romano…
GU: sì
FR: Saverio ti ho detto che per una cosa mia ha fatto pazzie. Perché lui è presidente dell’I.R.C.A.C. (l’istituto regionale per il credito cooperativo Ndr)…
GU: lo so…
FR: te l’avevo detto… presidente dell’I.R.C.A.C. ed avevo quella cosa sia al Banco di Sicilia – Cassa di Risparmio e sia all’ I.R.C.A.C., l’ultimo periodo all’I.R.C.A.C. Io dovevo pagare per uscirmene da quella camurria di quella firma che ho messo da Pacego (o simile)… quarantaduemilioni. Minchia, Saverio mi risulta per una settimana non ci andò perché gli avevano messo la “cosa” per firmarla … per dire che non mi davano più il benestare… perché Saverio ci ha fatto levare qualche trenta milioni, no a me a chi…. ai tre che eravamo. Così. Però mi disse Franco bisogna pagarli, quelli due pagali …perché passa il tempo ed io sono nei guai. Chiamò l’avvocato Minì’ (o simile) il Vice Direttore generale al suo studio e gli ha detto tu domani prende la lettera sul mio tavolo e te la porti da te e la fai scomparire per otto giorni ed io a otto giorni non vengo .. vedi che con me si è comportato molto abilmente …della nostra amicizia.
Ovvio che Buscemi insista con il boss.
FR: infatti ho detto a me stesso ne parlo con Peppino (Guttadauro Ndr) dico a te è arrivato input per Saverio Romano?
GU: si va be ma non…
FR: e allora ti è arrivato ..no..no…non… basta
GU: non è problema….
FR: te lo detto pure io..
GU: si va…
FR: con me si è comportato bene le cose giuste..
GU: si ma …
FR: e poi è un ragazzo grazioso …sarà eletto
GU: sicuro è eletto.

Il boss aveva ragione. Romano sarà eletto nel collegio di Bagheria e inizierà l’ascesa che lo porterà al dicastero dell’agricoltura. Il ministro proviene dalla stessa nidiata di Cuffaro: la Dc siciliana di Calogero Mannino.
Il pentito Francesco Campanella, giovane consigliere comunale di Villabate passato alla storia come l’uomo che ha fornito la carta di indentità a Bernardo Provenzano per il suo viaggio a Marsiglia,
fissa nella memoria un’istantanea: un pranzo romano nel 2001 quando Campanella era a sinistra, nell’Udeur di Mastella, mentre Romano correva a destra con Cuffaro. “Eravamo in una trattoria a Campo de’ Fiori con Franco Bruno, capo di gabinetto dell’allora onorevole Marianna Li Calzi, sottosegretario di Stato alla Giustizia e il dottor Sarno, che era un magistrato, sempre del gabinetto dell’onorevole Li Calzi. C’era anche mia moglie poi si aggiunsero Saverio Romano e l’onorevole Cuffaro che erano a Roma per questioni legate alle politiche del 2001. Franco Bruno, che conosceva perfettamente il mio cattivo rapporto con l’onorevole Romano, scherzando a tavola disse: “Saverio, tu sei candidato nel collegio di Bagheria dove c’è anche Villabate, ma lo sai che Francesco non ti vota, perché voterà per il centrosinistra?”. Stizzito l’onorevole Romano si alzò e pronunciò una frase che mi resterà sempre impressa: “No, Francesco mi vota, perché…”, lo disse in siciliano, “perché siamo della stessa famiglia”. E poi girato verso di me aggiunse: “Scinni a Villabate e t’informi”. Proprio con un atteggiamento duro e un riferimento specifico alla famiglia mafiosa, tanto da lasciare tutte le persone che erano presenti a quel pranzo senza fiato, senza parole [...]….Tornato poi a Villabate affrontai l’argomento, proprio come lui mi aveva chiesto in quella battuta, con Mandalà, il quale mi confermò che Saverio Romano era stato indicato dalla famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno”.

Ma non basta. Nella sentenza di appello che condanna Totò Cuffaro per favoreggiamento con l’aggravante di mafia, si legge:

…Secondo il Tribunale era pertanto pacificamente emerso che sia Romano che Cuffaro erano stati informati in modo palese e chiaro dal Campanella che la candidatura di Acanto era voluta dal gruppo di Villabate facente capo ad Antonino Mandalà (poi condannato in primo grado per mafia Ndr) cosa che i due avevano comunque accolto di buon grado; Il pm Antonino Di Matteo ha chiesto l’archiviazione per Romano con questa motivazione poco onorevole: “le dichiarazioni di Campanella sono parzialmente riscontrate con riferimento a significativi episodi denotanti la contiguità dell’indagato al sistema mafioso”. Le dichiarazioni del pentito invece “non hanno trovato adeguato riscontro nella parte in cui si riferivano a condotte poste in essere da Romano concretamente per favorire gli interessi della mafia”. Per il concorso esterno è necessario un contributo concreto a Cosa Nostra, non solo la contiguità. Quella però dovrebbe bastare per non essere scelti come ministri.

Avvertenze sul blog


SOSTIENI QUESTO BLOG - Adotta l'Informazione Libera Contribuisci alla libertà di essere informato bastano pochi euro e l'impegno di tutti. Anche 1 euro, grazie a tutti.


Scopo: Malgradotuttoblog

RICARICA postepay: 4023 6006 4546 1221


Questo blog, sostiene la libera e gratuita diffusione delle idee; è pubblicato sotto una Licenza
Creative Commons. Tu sei libero di modificare ed usare a tuo piacimento tutti i contenuti presenti sul blog all' unica condizione di citarne la fonte.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza nessuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7/3/2001.