15 novembre 2017

Condanna definitiva per Pietro Mazzagatti: 8 anni. Le estorsioni dell’operazione antimafia ‘sistema’. Ieri i funerali della madre del boss


di Nuccio Anselmo - Gazzetta del Sud 14 novembre 2017

La VI sezione penale della Cassazione ha dichiarato nei giorni scorsi inammissibile il ricorso del boss mafioso 56enne di Santa Lucia del Mela Pietro Nicola Mazzagatti

Si tratta di un troncone della vicenda processuale legata all’operazione antimafia ‘Sistema’, mentre l’altro processo parallelo a carico del boss Carmelo Bisognano e Carmelo D’Amico sarà trattato avanti la Corte d’appello di Reggio Calabria il 14 dicembre prossimo, dopo il rinvio della Cassazione. 

Diviene così definitiva la sentenza a 8 anni e mezzo di reclusione per estorsione aggravata dal metodo mafioso decisa nell’ottobre del 2016 dai giudici della Corte d’Appello di Reggio Calabria, su rinvio della Cassazione che aveva annullato la precedente sentenza di assoluzione decisa a suo tempo a Messina, nel processo di secondo grado. 

Il ricorso presentato al boss Mazzagatti, attraverso i suo legali, gli avvocati Salvatore Silvestro e Tino Celi, riguarda l’estorsione consumata da Mazzagattti e D’Amico ai danni della famiglia Marchetta, per l’impresa Cogemar srl, per un lavoro pubblico eseguito nel 1999 a Santa Lucia del Mela. Il ricorso riguardava la credibilità delle accuse che l’imprenditore barcellonese e ‘dichiarante’ Maurizio Marchetta aveva formulato a suo tempo contro i boss Mazzagatti, Bisognano e D’Amico. 

Il ‘Sistema’ fu raccontato dall’imprenditore barcellonese Maurizio Sebastiano Marchetta, che nel gennaio 2009 divenne testimone di giustizia e raccontò d’essere stato costretto a subire estorsioni per poter concorrere, aggiudicarsi ed eseguire alcuni appalti in Sicilia. 

Intanto ieri si sono svolti alle 15, a Santa Lucia del Mela, i funerali della madre del boss, che si trova in regime di ’41 bis’ e non ha partecipato con le direttive disposte dal questore di Messina Finocchiaro, ovvero esequie in chiesa e corteo in forma strettamente privata. 

13 novembre 2017

IL BOSS MAZZAGATTI NON PUO’ ASSISTERE AI FUNERALI DELLA MADRE. LO HA DECISO LA CORTE D’ASSISE DI MESSINA


di Riccardo D’Andrea 

Gazzetta del Sud 13 novembre 2017

Un funerale molto dibattuto. Numerosi e differenti passaggi hanno caratterizzato l’estremo saluto alla madre del boss Pietro Nicola Mazzagatti, 56 anni, sottoposto al regime del carcere duro. Ha chiesto l’autorizzazione a partecipare alle esequie, che si terranno lunedì a Santa Lucia del Mela. Durante il rimpallo di decisioni tra autorità competenti, la Questura di Messina ha ordinato prima di eseguire la funzione in forma strettamente privata, direttamente al cimitero della stessa cittadina tirrenica, intorno alle 4 del mattino. Poi il responso definitivo: “no” alla partecipazione di Mazzagatti, difeso dall’avvocato Salvatore Silvestro, del Foro di Messina. Quindi, nuovo tira e molla e altra deliberazione del questore Mario Finocchiaro: la funzione religiosa per la madre di Pietro Nicola Mazzagatti può tenersi in chiesa, alle 15, ma al corteo funebre possono partecipare solo i familiari. Riavvolgendo il nastro, il difensore di Mazzagatti ha presentato istanza alla Corte d’Assise di Messina, chiedendo che potesse prendere parte alle esequie. Il presidente Mario Samperi ha concesso il permesso di recarsi presso la chiesa Sacro cuore di Santa Lucia del Mela, accompagnato dalla scorta della polizia penitenziaria e piantonato per tutta la durata della funzione. Ed ha altresì disposto l’utilizzo di mezzi di coercizione fisica a giudizio della direzione della Casa circondariale in cui il 56enne è ristretto. 

Poi si è espresso il ministero della Giustiza, che ha posto il veto, in nome di “motivi di sicurezza” e della 

“elevatissima pericolosità sociale del soggetto (ai vertici della famiglia barcellonese, operante sul territorio della fascia tirrenica, riconducibile a Cosa Nostra) e la probabile presenza in loco di numerosi familiari e affiliati”. 

A quel punto, in attesa di una nuova pronuncia della Corte d’Assise, dalla Questura di Messina è partita la disposizione di celebrare il funerale di camposanto, all’alba. Quindi, anche la stessa Corte d’Assise ha sciolto la riserva, negando l’autorizzazione. La parola fine sulla questione l’ha espressa il questore Finocchiaro, che ieri sera ha così stabilità: esequie pubbliche in chiesa e corteo in forma strettamente privata a seguire. Mazzagatti non ci sarà: è rinchiuso al “41 bis” dalla fine dello scorso mese di settembre, quando il guardasigilli Andrea Orlando ha firmato decreto, su richiesta dai sostituti della Dda di Messina Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, controfirmata dal procuratore capo Maurizio De Lucia. Istanza corroborata dalle risultanze dell’operazione ‘Gotha VI’, secondo cui il 56enne di Santa Lucia del Mela avrebbe rivestito un ruolo apicale nell’ambito delle ‘articolazioni’ della famiglia dei Barcellonesi e risulterebbe coinvolto in alcune esecuzioni che insanguinarono l’hinterland tirrenico e nebroideo. 

10 novembre 2017

"Pericolo per l'ambiente e la salute": la Raffineria di Milazzo all'esame del gup


Oggi l'udienza preliminare per diciassette dirigenti della fabbrica: secondo l'accusa non avveniva lo smaltimento delle polveri

Reati comportanti “un pericolo o un pregiudizio per l’ambiente e un concreto pericolo alla tutela della salute”: questo scrive la procura di Barcellona in una lettera inviata al ministero della Salute, a quello dell’Ambiente, al presidente della Regione e al procuratore della Corte d’appello di Messina. Lettera con la quale lo scorso maggio ha informato i destinatari di avere esercitato l’azione penale richiedendo il rinvio a giudizio della Raffineria di Milazzo e di 17 tra rappresentanti legali, direttori e responsabili della sicurezza che dagli anni ’80 al 2009 hanno causato, secondo la procura, la morte di 7 operai,  e le lesioni di un ottavo, esponendoli all’amianto e ignorando le norme di sicurezza.

È prevista per oggi, infatti, l’udienza preliminare di fronte al gup, Salvatore Pogliese, che oggi deciderà se prosciogliere i 17 per cui la procura - la richiesta è firmata dal sostituto procuratore Federica Paiola - ha chiesto il processo o procedere col dibattimento. Pogliese deciderà anche se mettere alla sbarra la stessa Raffineria, di cui Eni e Q8 sono azionisti. A pesare su 17 figure apicali della Ram o di società che avevano in appalto lavori all’interno dello stabilimento ci sono otto malattie contratte da otto operai . I reati contestati dalla procura guidata da Emanuele Crescenti sono omicidio colposo e lesioni personali colpose, in collaborazione, per aver violato le norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, reato che prevede la pena da due a sette anni.
 
Secondo la procura di Barcellona gli operai lavoravano senza mascherine, non c’erano impianti di aspirazione, i locali nei quali avvenivano le lavorazioni pericolose non erano separati dagli altri, non c’erano sistemi di apertura dei serbatoi delle colonne e degli altri locali chiusi, lo smaltimento delle polveri perciò non avveniva, amianto compreso. La polvere d’amianto si sbriciolava dai tubo-alternatori, dalla stazione laminatrice, dalle linee di vapore soggette a vibrazioni durante i frequenti “colpi di ariete” dovuti agli sbalzi termici e durante le operazioni di saldatura e pulitura. La pulizia poi, non era assicurata, non esistevano procedure per garantire la pulizia alla fine dei turni di lavoro, sia nei locali che delle tute da lavoro. 

I lavoratori non erano sottoposti a controllo sanitario preventivo, periodico, adeguato al rischio della lavorazione dell’amianto. E, infine, non informavano gli operai dei gravi rischi ai quali erano sottoposti.
 
Negligenza, imprudenza e imperizia a carico di direttori, responsabili legali e responsabili della sicurezza che si sono succeduti praticamente ininterrottamente dagli anni ’80 ai giorni nostri. Sono: Franco Terrosi, (86 anni) legale rappresentante dal 1984 al 1987, Napoleone Majuri, 84 anni direttore nel 1982, Mario Del Tredici, 79 anni, responsabile della sicurezza nel 1982, Vincenzo Russo, 72 anni, direttore dal 1985 al 1991, Francesco Zofrea, 74 anni, legale rappresentante dal 1988 al 1993, Salvatore Catalbiano, 76 anni, direttore dal 1992 al 1993, Marcello Rubini, 78 anni, direttore dal 1993 al 1994, Diego La Scala, 78 anni, responsabile per la sicurezza dal 1988 al 1996, Angelo Ferrari, 78 anni, legale rappresentante dal 1995 al 1996 della Agip Petroli, Antonio Bucarelli, 62 anni, legale rappresentante dal 200 al 2003 di Agip Petroli e della Raffineria, Cristiano Raminella, 75 anni, legale rappresentante dal 200 al 2003, Franco Scorretti, legale rappresentante dal 2003 al 2006, Alessandro Gilotti, 62 anni, legale rappresentante dal 2006 al 2010, Pasquale Palumbo, 70 anni, direttore dal 2004 al 2005, Renato Monelli, 69 anni, direttore dal 2005 al 2007, Lino Gamba, 68 anni, direttore dal 2007 al 2009, Daniela Trio, 55 anni, legale rappresentante della Trio Srl, dal 2004 al 2010.
 
 
 
La Ram è sotto accusa per l’omicidio


 colposo di due operai e lesioni colpose per un terzo, si tratta dei tre che non sono in prescrizione, ne risponde in quanto soggetto apicale, ma anche perché i reati sarebbero stati commessi nell’interesse della società, ma la prescrizione per la responsabilità delle società è quinquennale. Per questo la Ram risponde solo delle malattie più recenti (cioè quelle contratte dagli operai Sottile, Scolaro e Malafronte).

La Repubblica Palermo 10 novembre 2017 

14 ottobre 2017

Barcellona Pozzo di Gotto: Maurizio Sebastiano Marchetta, Rosario Cattafi, Santino Napoli e la latitanza dell'antimafia

Sebastiano Marchetta
13 ottobre 2017 Avv. Fabio Repici
A gennaio 2011 taluni (molto pochi, sia chiaro, ché certe denunce non sono mai state fenomeno di massa), anche in sede istituzionale, si interrogavano su come la giustizia a Messina fosse stata ridotta a una Marchetta. Sono passati quasi sette anni e di nuovo lì si torna, all’architetto massone Maurizio Sebastiano Marchetta, che ieri era imputato davanti al Gup di Messina per concorso esterno nella famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto, in assoluto nella storia d’Italia la famiglia mafiosa più protetta da rappresentanti istituzionali traditori della Costituzione e delle leggi dello Stato.
Il procedimento a suo carico fu (ri)avviato proprio a inizio del 2011. Poi, alla direzione distrettuale antimafia, insieme a tanto altro, evidentemente fu perso di vista. Marchetta, intanto, divideva il suo impegno facendo depistaggi sull’omicidio del giornalista Beppe Alfano, scrivendo documenti anonimi al servizio suo 
e soprattutto dei suoi superiori (primo fra tutti, Rosario Pio Cattafi: ci sarà mai qualcosa delle vicende mafiose barcellonesi e delle deviazioni investigative e giudiziarie collegate che non passi da lui?), 
Rosario Pio Cattafi
raccontando menzogne ai magistrati, confessandone altre, ricevendo sempre più gravi accuse di mafiosità da una pletora di pentiti (finché il pentitismo a Barcellona Pozzo di Gotto, in concomitanza con la scarcerazione ad personam di Rosario Pio Cattafi, non cessò), raccogliendo perfino sentenze che certificavano il suo status di imprenditore contiguo al vertice di Cosa Nostra barcellonese. E, poiché sempre in terra di Pirandello siamo, contemporaneamente (dico in senso letterale: contemporaneamente) a queste sue imprese e mirabilie, godeva della scorta offertagli dalla questura di Messina, era amorevolmente in contatto con l’assessora regionale Michela Stancheris (qualcuno, intercettato, disse: pure con il presidente Crocetta), gironzolava per convivi istituzionali piatendo strette di mano da immortalare fotograficamente (perfino il povero Papa Francesco subì analogo stalking) e, ma qui si vira sul versante psichiatrico, compulsivamente sproloquiava su facebook su tutti gli argomenti dello scibile umano (a lui naturalmente ignoti).
Ecco, questo personaggio, che sembrerebbe uscito fuori dalla penna di Camilleri, ieri è comparso davanti a un giudice del tribunale di Messina come imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. Perché quell’indagine (ri)nata nel 2011 arrivasse alla conclusione si è dovuto aspettare il pensionamento del procuratore Lo Forte; e l’arrivo del nuovo procuratore De Lucia per la firma della richiesta di rinvio a giudizio. E, così, ieri, dunque, l’udienza. Ora, negli anni in cui l’amnesia marchettiana calò sulla direzione distrettuale antimafia di Messina, si celebrarono numerosi processi, a carico non solo dei mafiosi barcellonesi ma anche di molti imprenditori collusi, nati dalle rivelazioni del collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano e dei pentiti che vennero dopo di lui. In quei processi si verificò un fenomeno nuovo, nel costume giudiziario messinese: molti enti locali e molte associazioni col marchio antimafioso si costituirono in giudizio quali parti civili. Questo fino a poco tempo fa, perfino in corte d’assise a Messina, perfino a opera di quelli che Giacomo Di Girolamo chiamerebbe gli avvocati delle sue parti civili. Questo fino a pochissimo tempo fa, se è vero che manco quindici giorni addietro al tribunale di Barcellona, in un processo per fatti estranei alla mafia, a chiedere la condanna del pentito Bisognano sono state numerose associazioni della fatata società civile barcellonese, taluna composta (e processualmente rappresentata) perfino da personaggi denunciati da Adolfo Parmaliana.
Ieri, invece, l’imputato di mafia Maurizio Sebastiano Marchetta era presente in udienza; contumace, se non addirittura latitante, era l’antimafia, quella vera (se c’è, quando c’è) e quella sedicente tale. Ecco, a Barcellona Pozzo di Gotto, oggi l’antimafia (non parliamo della commissione Bindi-Gaetti, per carità di patria) è ufficialmente latitante, un po’ come il mafioso Mario Calderone, per restare a persone vicine a Marchetta e Cattafi, latitante da tempo immemore (talmente immemore, vien da pensare, che pure gli inquirenti se ne sono scordati).
Vorrà dire che il processo Marchetta è una bazzecola giudiziaria, si potrebbe pensare. Solo che poi uno riprende la relazione della commissione prefettizia sul comune di Barcellona Pozzo di Gotto di luglio 2006 e inorridisce, leggendo come quei funzionari di Stato (e fra loro perfino il dr. Anzalone, che pochi anni dopo, chissà perché cambiando evidentemente opinione, elevò Marchetta a testimonial antiracket) sostennero che Marchetta «non esitava a tessere cointeressenze con colui (il boss Salvatore Di Salvo, n.d.a.) che è ritenuto essere il reggente di una associazione mafiosa. Né detto atteggiamento è mutato allorché il proposto si è trovato al cospetto del Tribunale, atteso che, come si è detto, rendendo l’interrogatorio egli si è trincerato dietro dichiarazioni palesemente mendaci» e aggiunsero che «nel verbale di interrogatorio reso dinanzi al G.I.P. dopo l’arresto, Salvatore Di Salvo riconosce di aver avuto rapporti, anche in termini commerciali, con Maurizio Sebastiano Marchetta». Si badi: ancora non erano nemmeno arrivate le accuse dei pentiti, che hanno descritto Marchetta come la faccia pulita (sì, vabbe’, in quel senso) di Cosa Nostra barcellonese, come l’uomo che garantiva ai boss le notizie riservate sui provvedimenti giudiziari, che permetteva al boss Di Salvo incontri segreti con personalità istituzionali, che collaborava con Di Salvo nella gestione illecita delle opere pubbliche, che indirizzava il voto della mafia barcellonese a sé e ad altri politici, che da vicepresidente del consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto aveva messo metaforicamente le chiavi del municipio in mano al boss Di Salvo.
No, non può proprio dirsi un processo bagatellare, quello all’imprenditore Maurizio Sebastiano Marchetta, imputato di concorso esterno nella famiglia mafiosa barcellonese «dal 1993 al febbraio 2011» (per quasi due decenni; ancora un po’ e maturava la pensione). E quindi la latitanza dell’antimafia e degli enti istituzionali in quel processo è proprio tale.
Solo il pentito Bisognano ha provato a costituirsi parte civile. Ed è stato escluso – così ha detto il giudice – perché l’imputazione formulata dalla direzione distrettuale antimafia di Messina a suo carico è stata contenuta solo alla collaborazione d’impresa offerta (anche nelle turbative d’asta) da Marchetta al boss Di Salvo e al ritorno economico ottenuto dall’imprenditore, ma non anche alle numerose ulteriori attività delittuose – così rappresentate dagli atti del fascicolo, pur presenti agli atti del fascicolo – compiute da Marchetta nell’interesse della famiglia mafiosa barcellonese. 
on. Nino Beninati 
Cioè, per dirla in modo chiaro, per le lacune e gli errori e la timidezza della direzione distrettuale antimafia di Messina quando si è trovata ad affrontare la posizione di Marchetta e di innumerevoli personaggi a lui legati, come (oltre a Rosario Pio Cattafi) Santino Napoli, (Milazzo)  Giulio Calderone, l’on. Beninati e altri ancora (non visibili dai radar della procura?).
Santino Napoli
Ecco, Bisognano ha provato a costituirsi parte civile ed è stato escluso a causa dell’imputazione minimalista formulata per Marchetta dai pubblici ministeri (elogiati in udienza, ça va sans dire, dal difensore di Marchetta, Ugo Colonna, quello che in cassazione, lasciando sbigottiti perfino gli ermellini, intervenne a favore di Rosario Pio Cattafi nonostante fosse difensore di una parte civile costituita contro Cattafi). Si potrà riparlare di quell’imputazione, magari. Invece, coloro che, anche con quell’imputazione liofilizzata, potevano costituirsi parte civile hanno scelto la latitanza. 
Marchetta ha scelto il giudizio abbreviato e il processo è stato aggiornato al 24 maggio 2018. Chissà se il governo, il ministero dell’interno, la regione, il comune di Barcellona Pozzo di Gotto e quelli limitrofi, le associazioni antimafia, le associazioni degli imprenditori (antiracket e non), in quell’occasione si manterranno latitanti. E se, dunque, davanti a Marchetta lo Stato e la cosiddetta società civile continueranno a essere ossequiosi e mutangoli. A quel punto, ci si dovrà impegnare a scoprire le ragioni di quell’atteggiamento. In realtà, qualcuno le ha denunciate ormai da un decennio. Ma di questi tempi il bambino della fiaba di Andersen a Barcellona, e in provincia di Messina (e chissà nel resto d’Italia), non ha cittadinanza. 

8 ottobre 2017

Elezioni Sicilia, dal Pd a Forza Italia la carica degli ''impresentabili'': in corsa imputati, indagati e condannati, tra cui il milazzese Santino Catalano

Santino Catalano


A parole sarebbero tutti contrari. "Liste pulite", chiede il candidato governatore del centrodestra, Nello Musumeci. "Liste pulite", risponde l'aspirante presidente del centrosinistra, Fabrizio Micari. Il risultato, però, è un altro. Da destra a sinistra corrono per un posto all'Assemblea regionale siciliana candidati condannati per reati gravi come la corruzione elettorale e indagati di tutti i tipi: estorsione, abuso d'ufficio, falso. Poi ci sono i parenti degli ex impresentabili. Ecco i nomi sui quali vigilerà la commissione Antimafia


di Giuseppe Pipitone - 7 ottobre 2017

C’è chi ha condanne anche per reati gravi come la corruzione elettorale e chi a causa di sentenze definitive ha già rischiato di dover subire l’onta della decadenza. Chi colleziona capi d’imputazione come fossero figurine e chi torna in campo in attesa che un giudice pronunci una sentenza nei suoi confronti. Chi può vantare in curriculum fotografie con capimafia di primissimo livello e chi invece va in giro con i figli dei boss latitanti a rivendicare la sua nostalgia per i boss del passato. Poi ci sono i parenti: i figli dei condannati, i fratelli degli imputati, i familiari degli incandidabili.
Se fosse un concorso pubblico, per un posto al comune o al catasto, una percentuale non piccola dei concorrenti partirebbe già certa di non potere accedere alle prove finali. Troppo ingombranti i conti in sospeso con la giustizia, troppo numerose le indagini in corso, esagerate persino le condanne. E invece a questo giro anche chi è già noto alle forze dell’ordine potrà realizzare il sogno di servire la sua Regione: ovviamente in cambio di un lauto stipendio. Sono i miracoli regalati dall’irredimibile Sicilia, l’isola dei paradossi e dei laboratori politici che tra un mese esatto dovrà eleggere il suo nuovo governatore e i nuovi sedicenti deputati, cioè la versione locale dei consiglieri regionali. Una corsa all’ultimo voto che anche questa volta non rinuncia a farsi segnalare alle cronache nazionali sempre per lo stesso problema: quello dei cosiddetti impresentabili.

A parole sarebbero tutti contrari. “Liste pulite“, chiede il candidato governatore del centrodestra, Nello Musumeci.Liste pulite“, risponde l’aspirante presidente del centrosinistra, Fabrizio Micari. Il risultato, però, non è esattamente quello sperato visto che già a 48 ore dalla scadenza dei termini la commissione Antimafia si era premurata di anticipare le sue volontà: anche le liste per le regionali siciliane sarebbero state passate al setaccio. I tempi, però, sono stretti: per questo motivo Palazzo San Macuto farà sapere solo dopo le elezioni i nomi dei cosiddetti “impresentabili“. Ora che i partiti hanno depositato le liste nelle nove province siciliane non è difficile ipotizzare su quali candidati si concentreranno le attenzioni dei commissari. E anche su quali è magari il caso di sollecitare l’attenzione dell’opinione pubblica: parenti di condannati o imputati per reati gravi, candidati incensurati ma con frequentazioni tutt’altro che cristalline.



Forza Italia e la carica degli indagati
Secondo tutti i sondaggi, Musumeci è in vantaggio nella corsa alla poltrona più alta di Palazzo d’Orleans. A spingerlo sono soprattutto i voti di Forza Italia, che sembra rivitalizzata dalla cura di Gianfranco Micciché, tornato viceré di Silvio Berlusconi dopo un lustro di ostracismo. 

Ebbene sono proprio le liste Forza Italia quelle che rischiano di dare più lavoro della commissione Antimafia. 

A Siracusa, per esempio, i berlusconiani candidano il sindaco di Priolo, Antonello Rizza, capace di collezionare ben 22 capi d’imputazione in quattro processi: tentata concussione e concussione consumata, corruzione elettorale continuata, tentata violenza privata, associazione a delinquere, falso in atto pubblico, truffa, intralcio alla giustizia, tentata estorsione, turbata libertà di scelta del contraente.
È indagata solo per corruzione, invece, Marianna Caronia, candidata dagli azzurri nel collegio di Palermo: ex consigliera regionale, già candidata sindaco di Palermo, pochi mesi fa è finita coinvolta nell’inchiesta sugli appalti del trasporto marittimo. La stessa che ha portato all’arresto dell’ex sindaco di Trapani, Mimmo Fazio, non ricandidato dopo i cinque anni trascorsi a Palazzo dei Normanni. È un veterano di Sala d’Ercole anche Riccardo Savona, eletto con la destra nel 2012, passato a sinistra per sostenere Rosario Crocetta e ora tornato all’ovile azzurro. Il motivo? Nell’ottobre del 2013, durante un evento pubblico, Crocetta lo vide seduto in prima fila e inaspettatamente disse pubblicamente: “Chi ha fatto affari con Nicastri, Matteo Messina Denaro e la mafia deve uscire immediatamente”. Il riferimento era per i rapporti pregressi tra lo stesso Savona e l’imprenditore dell’eolico, al quale sono stati confiscati beni pari a un miliardo e mezzo di euro. 
Riccardo Savona
È tornato in Forza Italia di recente anche Giovanni Lo Sciuto, consigliere regionale di Castelvetrano, uno dei seguaci di Angelino Alfano che hanno lasciato Alternativa Popolare per sostenere Musumeci. Lo Sciuto non ha indagini in corso ma è finito più volte tra le polemiche per i suoi vecchi rapporti di conoscenza con Matteo Messina Denaro. I due sono persino ritratti insieme in una fotografia scattata al matrimonio della cugina del superlatitante. “All’epoca dei fatti, la famiglia Messina Denaro non aveva, per quelle che erano le mie conoscenze di ragazzino, problemi con la giustizia e, non avendo io il dono della chiaroveggenza, non potevo prevedere quello che sarebbe successo dopo la fine degli anni 80”, si è giustificato Lo Sciuto. Quella vecchia conoscenza con il boss di Cosa nostra, d’altra parte, non ha mai avuto conseguenze sulla sua carriera politica che nel 2012 ha raggiunto il livello più alto con l’elezione nella commissione antimafia dell’Assemblea regionale siciliana. L’uomo giusto al posto giusto.



Il candidato nostalgico dei clan
Nei giorni scorsi, invece, ha tenuto banco il caso di Riccardo Pellegrino, consigliere comunale di Catania e fratello di Gaetano, imputato per mafia. “È considerato punto di riferimento del clan dei Carcagnusi", ha ricordato Claudio Fava, il candidato governatore dei bersaniani che ha convocato una conferenza stampa apposita per ricostruire alcune vicende che riguardano il candidato di Forza Italia all’Assemblea regionale siciliana. Come quando, nel 2014, si presentò nella redazione catanese di livesicilia.it accompagnando Carmelo Mazzei, figlio del boss latitante Nuccio Mazzei. “Dall’intercettazione ambientale su quell’incontro, disposta dai magistrati - ricordava Fava l’altro ieri - si apprende che Riccardo Pellegrino è “orgoglioso” di vivere nel quartiere catanese di San Cristoforo, regno del clan Santapaola, ma si lamenta perché adesso ci sarebbe solo la piccola criminalità mentre se in campo ci fossero state persone di spessore, mafiosi, tutto questo manicomio non c’era”.
Il nome di Pellegrino era stato segnalato alla commissione Antimafia già due anni fa. Chi era la fonte di quella segnalazione? Nello Musumeci, lo stesso che ora prenderà anche i voti di Pellegrino. “Il pane si fa con la farina che si ha in casa“, diceva nel 2012 il candidato governatore a chi gli chiedeva della presenza nelle sue liste di personaggi discutibili. 

Cinque anni dopo non ha cambiato idea. E a Palermo la lista del suo movimento (che si chiama Diventerà Bellissima) candida Pietro D’Aì, ex sindaco di Misilmeri, comune sciolto per mafia nel 2012. Le accuse all’ex primo cittadino e agli altri amministratori vennero archiviate ma le valutazioni messe nere su bianco dal gip Luigi Petrucci non erano esattamente entusiasmanti. A Misilmeri c’era “una gestione della cosa pubblica - scriveva il giudice - in talune occasioni francamente illecita ma senza che emergessero delitti collegati al sodalizio mafioso”.



Moderati ma non troppo
Nel centrodestra, però, non sono solo le liste di Forza Italia ad essere piene di candidati con qualche problemino giudiziario. A Siracusa l’Udc (che questa volta va a destra e appoggia Musumeci) candida il notaio Giovan Battista Coltraro, ex sostenitore di Crocetta che a marzo è stato rinviato a giudizio per falso in atto pubblico. Secondo l’accusa nella sua veste di notaio avrebbe favorito l’acquisizione illecita di appezzamenti di terreno per un valore totale di tre milioni di euro. A causa dei suoi guai giudiziari Coltraro era già stato sospeso per 10 mesi dall’attività professionale: mentre è sotto processo prova a farsi confermare in consiglio regionale. I neo scudocrociati di Lorenzo Cesa candidano anche Giuseppe Sorbello, sotto processo per voto di scambio, mentre a Messina puntano tutto su Cateno De Luca, ex vulcanico deputato regionale, per il quale la procura peloritana ha chiesto una condanna a 5 anni: è accusato di aver favorito le imprese della sua famiglia quando era sindaco del piccolo comune di Fiumedinisi
Cateno De Luca

Ad Agrigento corre Gaetano Cani, a processo con l’accusa di estorsione: avrebbe costretto alcuni docenti di un istituto paritario a firmare le “dimissioni in bianco” accettando compensi inferiori rispetto a quelli indicati in busta paga.
Può vantare addirittura due condannati in primo grado la lista Popolari e Autonomisti - Idea Sicilia, cioè la fusione del partito dell’ex ministro Saverio Romano (processato e assolto per concorso esterno a Cosa nostra) e di Roberto Lagalla, che fu assessore alla sanità di Salvatore Cuffaro. A Palermo, per esempio, si candida Roberto Clemente, recentemente condannato in primo grado a sei mesi per corruzione elettorale. L’inchiesta della procura di Palermo aveva ricostruito, tra le altre cose, il livello raggiunto dalla compravendita di voti in Sicilia:per avere 150 preferenze bastava pagare 30 euro, in pratica ogni voto costava appena 5 euro. Prova a tornare all’Ars con la stessa lista di centro, ma candidandosi a Messina, Roberto Corona, ex presidente di Confcommercio, già deputato regionale del Pdl, condannato in primo grado a tre anni dal tribunale di Roma: era finito coinvolto in uno scandalo su alcune facili fideiussioni dell’Ascom. Per lui i giudici capitolini hanno ordinato il sequestro di circa 700mila euro.

Prova a tornare a Palazzo dei Normanni anche Santino Catalano, (di Milazzo) consigliere regionale “trombato” nel 2012: a causa di un patteggiamento a un anno e undici mesi per abuso edilizio aveva rischiato di decadere da deputato già nel giugno del 2011. Dichiarato ineleggibile dal tribunale civile era stato salvato dal voto segreto dei colleghi onorevoli, che a pericolo scampato lo avevano anche festeggiato a colpi di baci e abbracci tra gli scranni di palazzo d’Orleans.



Nel Pd amnesie, indagini ed esordi scomodi
Migliora la situazione dalle parti del centrosinistra, dove in sostegno del rettore Micari ci sono sicuramente più candidati dalla fedina penale linda. Purtroppo, però, il Pd in qualche occasione si è distratto. A Siracusa, per esempio, ha candidato Giovanni Cafeo che è sotto inchiesta per turbativa d’asta: l’inchiesta della procura si riferisce a all’appalto sulla gestione degli asili nido. A Palermo, invece, Sicilia Futura - che è la lista fai-da-te dell’ex ministro Salvatore Cardinale - candida Giovanni Di Giacinto, sotto processo per abuso d’ufficio: da sindaco di Casteldaccia è accusato di aver cancellato senza motivo oltre 40 cartelle esattoriali. Si candida a Catania, invece, il sindaco di Vizzini, Marco Aurelio Sinatra, indagato nella costola siciliana di Mafia Capitale, quella sulla gestione del centro per richiedenti asilo di Mineo, mentre è stato condannato a due anni e sei mesi per calunnia in primo grado (sentenza che sta per essere prescritta) Giuseppe Picciolo nuovamente in lista Messina. 
Giuseppe Picciolo
Nel Pd corrono poi due incensurati che hanno fatto discutere parecchio negli ultimi anni. A Trapani esordisce con i dem Paolo Ruggirello, che cinque anni fa sosteneva Musumeci, e prima ancora era uno dei luogotenenti dell’ex governatore Raffaele Lombardo. Aveva esordito anni fa come assistente di Bartolo Pellegrino, deputato socialista, vicepresidente di Cuffaro, arrestato e poi assolto per concorso esterno a Cosa Nostra, celebre per aver definito “infame” un personaggio che aveva parlato con i carabinieri (a loro volta etichettati come “sbirri). Anche Ruggirello è un “figlio di”. Il padre, il ragionier Giuseppe Ruggirello, fondatore della Banca Industriale negli anni ’70, era diventato ricco in modo tanto veloce da meritare addirittura un’interrogazione parlamentare che puntava a fare luce sull’origine del suo successo economico. Poi nel 1997 il nome di Ruggirello senior salterà fuori addirittura in un’inchiesta che coinvolgeva Enrico Nicoletti, cassiere della banda della Magliana.
Dall’altra parte dell’isola, ecco un altro esordio col partito di Matteo Renzi: quello di Valeria Sudano, eletta all’Assemblea regionale siciliana con il Cantiere Popolare dell’ex ministro Romano, poi transitata in Articolo 4, partito nato da una scissione dell’Udc, e da lì finita dunque tra i dem. “I miei? Il grosso è nel Pd. Una lista che non finisce più, dai più noti al sottobosco. Li ho tirati su io, come la mia amica Valeria Sudano”, aveva detto alla vigilia del voto per il referendum costituzionale l’ex governatore Totò Cuffaro, fresco di scarcerazione dopo 5 anni trascorsi a Rebibbia. Il riferimento alla deputata di Catania non era casuale, dato che Valeria Sudano è nipote di Mimmo, potentissimo ex senatore della Dc di stretta osservanza cuffariana: ora è uno dei nomi di punta di Micari.



Gli impresentabili stanno a casa. Si candidano i parenti
Luigi Genovese
Un capitolo a parte meritano i “parenti di”. Per il momento sono due i casi clamorosi. A Palermo la lista unica Fratelli d’Italia-Noi con Salvini candida Mario Caputo detto Salvino. In realtà Salvino è suo fratello, ed è già stato lungamente consigliere regionale con An e con il Pdl. Poi, purtroppo, è decaduto a causa di una condanna in via definitiva per tentato abuso d’ufficio: da sindaco di Monreale aveva tentato di cancellare alcune multe prese dall’automobile del vescovo. È abbastanza incensurato (ipse dixit) anche Luigi Genovese, il figlio ventenne di Francantonio, primo segretario del Pd in Sicilia, passato con Forza Italia dopo che i suoi colleghi deputati avevano votato a favore del suo arresto. Nell’inchiesta sui dorati corsi di formazione Genovese è stato condannato in primo grado per associazione per delinquere, truffa, riciclaggio, frode fiscale, peculato perché con enti controllati da lui e dai suoi familiari ha truffato la Regione siciliana. 

L’entità della truffa? Circa venti milioni di euro. E a proposito di familiari: non si ricandida a questo giro suo cognato, Franco Rinaldi, consigliere regionale uscente, a sua volta coinvolto nell’inchiesta. Il motivo? Genovese ha deciso che in politica è il momento di lasciare spazio ai giovani. A patto che siano suoi parenti.



23 settembre 2017

Trattativa Stato-mafia, Chiloiro: quando Totò Riina mi parlò di Licio Gelli e ''zio Saro''. (Cattafi) da Barcellona Pozzo di Gotto

Totò Riina

23 settembre 2017

Subranni e Cinà: dichiarazioni spontanee contro tutte le accuse

di Lorenzo Baldo e Miriam Cuccu
“A Palermo è diventato sindaco, ha fatto gli affari con le case. Dietro di lui c'era “L”, Licio Gelli”. Totò Riina, che dal carcere di Parma segue il processo trattativa Stato-mafia, non usa lasciarsi andare a commenti. Ma quel giorno – è il 30 marzo di quest'anno – davanti all'agente di polizia penitenziaria Cosimo Chiloiro oggi teste davanti alla Corte d'Assise di Palermo inizia a parlare. Di Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo, di “Binnu” Provenzano, che con don Vito “andava d'accordo”, e dello “zio Saro”, che possibilmente sarebbe il noto pregiudicato Rosario Pio Cattafi da molti considerato “trait d'union” fra la mafia barcellonese e le altre associazioni criminali, di cui Riina parla come “un trafficante d'armi straniero”.

Rosario Pio Cattafi


“Ero nella saletta delle conferenze, in attività di vigilanza. – ha esordito Chiloiro – Riina cominciò a parlare durante la pausa dell'udienza. Eravamo solo io e il detenuto. In quel momento disse che voleva proseguire l'udienza per vedere se parlavano dello 'zio Saro', trafficante di armi”. Quel giorno, in aula, c'erano il generale Eugenio Morini e il colonnello Giovanni Paone. Si parlava della nomina di Francesco Di Maggio a vice-capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, della gestione del confidente Luigi Ilardo – ucciso prima di diventare collaboratore di giustizia – e di Rosario Pio Cattafi. “Di Maggio – aveva riferito Morini, che in due occasioni lo accompagnò per interrogare l'avvocato di Barcellona Pozzo di Gotto – me lo descrisse come il referente del boss Santapaola per il milanese ed il Nord Italia”. Riina, ha proseguito Chiloiro, “mi disse 'della morte del Di Maggio possono chiedere al suo amico Salvatore, lui sa bene”. A chi si riferiva? Il boss di Corleone, ha replicato il teste, non l'ha chiarito.
Vito Ciancimino

Poco dopo il colloquio il teste ha redatto una relazione di servizio, giunta nelle mani dei pm di Palermo. “Ciancimino era di Corleone, suo padre stava al paese, e lui invece è andato a Palermo e non è più tornato al paese. – sono le parole di Riina contenute nel documento – A Palermo è diventato sindaco, ha fatto gli affari con le case. Dietro di lui c'era 'L', Licio Gelli”. “Riina ha fatto il nome di Licio Gelli nel momento in cui si accorse dalla mia espressione che non capivo a chi si riferiva con 'L'” ha spiegato il teste, nel proseguire la relazione con le esternazioni del boss: “Ciancimino non mi è mai piaciuto, – si legge ancora – lui andava d'accordo con Provenzano, andavano insieme al “Baby Luna”. Una volta l'ho visto su una rivista con gli sbirri, quando ero fuori, tramite il giornale mandavano dichiarazioni dove avevo la casa in affitto. Io non riuscivo a fare gli allacci della luce”. “C'erano frasi – ha chiarito Chiloiro – per le quali non riuscivo a dare un nesso logico”
Licio Gelli
In quell'occasione Riina raccontò al poliziotto di aver appreso da Leoluca Bagarella che Provenzano era uno “sbirro”: “Sono stato in carcere cinque o sei anni a Bari, quando non esisteva il 41 (bis, ndr).Quando sono uscito mio cognato (Bagarella, ndrmi ha detto che Binnu era uno sbirro, allora gli ho detto vai a Marineo (in provincia di Palermo, ndr), dove ci sono i boschi e lui ha una proprietà. Lui non ha detto nulla perchè altrimenti sapeva che gli facevo la pelle, alle spalle avrà detto sicuramente 'perché non ci vai tu?'. Io pensavo fosse una brava persona, uno d'onore”. Mentre il boss parlava, ha aggiunto Chiloiro, “entrò nella saletta un collega”, che ascoltò parte del discorso di Riina. I due poliziotti, però, non ne parlarono mai. Quel che è certo, però, è che il teste considerò l'episodio “qualcosa di anomalo”.Forse l'intento di Riina era quello di far giungere le sue parole all'esterno? Il teste non l'ha escluso: “Un detenuto con un'esperienza carceraria notevole sa che ciò che riferisce verrà poi riportato”. Non è la prima volta, ad ogni modo, che Totò Riina manifesta il suo interesse per il trattativa Stato-mafia. Il “capo dei capi” non fa mistero delle sue previsioni sull'esito del processo: “Ha detto che sarebbe stato condannato in quanto Salvatore Riina ha concluso Chiloiro.

Antonio Subranni

Da Subranni a Cinà: a colpi di dichiarazioni spontanee
Davanti alla Corte d'Assise è quindi comparso l'ex generale dei Carabinieri Antonio Subranni, accusato, insieme agli ufficiali del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, di aver preso parte alla trattativa tra Stato e mafia. Tra i punti toccati dall'ex ufficiale, la difesa del proprio operato durante l'avvio delle indagini sull'omicidio di Peppino Impastato, quando era capo del reparto operativo di Palermo. Proprio il pentito Francesco Di Carlo riferì che Subranni si sarebbe adoperato in favore del boss Gaetano Badalamenti – poi condannato come mandante per l'omicidio Impastato – al fine di depistare le indagini. Di Carlo dichiarò inoltre di aver più volte visto il generale negli uffici dei cugini Nino e Ignazio Salvo – il rapporto tra i due è stato poi riferito da Nicolò Gebbia, generale dei carabinieri in pensione – e una volta anche con Salvo Lima. Tutte circostanze respinte da Subranni, che ha mantenuto lo stesso atteggiamento nei confronti delle dichiarazioni del pentito Angelo Siino. Per la vicenda Impastato, nei confronti del generale era stata aperta un'indagine per favoreggiamento, per la quale è stata poi chiesta l'archiviazione. 

Parte delle dichiarazioni spontanee hanno fatto poi riferimento alle parole della moglie di Paolo BorsellinoAgnese – deceduta nel 2013 – la quale aveva riferito di aver sentito dal marito che il generale Subranni era “punciuto” (affiliato a Cosa nostra). Circostanza che la Borsellino riferì a Diego Cavaliero, amico e collega del giudice ucciso e tra i testi del processo trattativa. All'epoca delle dichiarazioni, pronunciate per la prima volta solo poco prima del decesso, era stata la stessa Borsellino a spiegare perchè aveva aspettato così a lungo: “Non c'erano i presupposti perché io dicessi certe cose. Le ho dette a poco a poco, cercando di capire il momento adatto. Io ritengo che i mafiosi siano stati soldati, che siano stati mandati per eseguire la strage, ma dietro questa strage ritengo che ci sia ben altro”.
Fulcro delle dichiarazioni spontanee del coimputato Antonino Cinà sono state quindi le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, teste-imputato del trattativa che a processo ha parlato dei rapporti tra il padre, Totò Riina e lo stesso Cinà, secondo i pm “postino” del “papello” del capo dei capi. Di Cinà parlarono i pentiti Rosario Naimo – “mi disse che era stato lui ad avere i contatti con i politici ai quali avanzare delle richieste tra cui l’eliminazione del 41bis” – e Pino Lipari, che riferì del ruolo del medico nella consegna del “papello”. L'imputato, in videoconferenza, ha respinto tutte le accuse. La prossima udienza, fissata per il 12 ottobre, sarà dedicata all'esame del collaboratore Eugenio Sturiale. [link]

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