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19 gennaio 2017

Caso Manca, l'ex pg Minasi: ''Un omicidio di Stato''




Duro atto di accusa del magistrato in pensione che punta il dito su Napolitano

di Lorenzo Baldo



“Su Manca la verità non verrà mai fuori: è un episodio della 'trattativa di Stato', su cui il grande spregiudicato Napolitano si è giocato il tutto per tutto per stendere un velo. Se fosse necessario sarebbero capaci di uccidere di nuovo come hanno fatto con il povero Attilio Manca. Non li sottovalutiamo, son delinquenti non migliori dei mafiosi, solo più ipocriti”. Parole dell'ex sostituto procuratore generale di Messina, Marcello Minasi, affidate ad una delle pagine facebook dedicate al caso del giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Me) trovato morto in circostanze misteriose il 12 febbraio 2004. Un paio di giorni fa è stata la madre di Attilio, Angelina, a pubblicare quelle parole sulla sua bacheca dell'omonimo social network. 

Al telefono, l'ex pm (che si è occupato, tra l'altro, dei processi d'appello per l'omicidio di Graziella Campagna e per l'omicidio di Beppe Alfano), conferma senza alcuna remora quanto da lui scritto. E rincara la dose: “L'omicidio di Attilio Manca si inquadra nella strategia di copertura della trattativa Stato-mafia”. La sua analisi parte da lontano. Minasi ricorda con sdegno la gravità del conflitto di attribuzione sollevato da Giorgio Napolitano nei confronti del pool che indaga sulla trattativa per le sue telefonate con Nicola Mancino. E proprio in merito all'ex ministro democristiano Minasi sottolinea l'episodio dell'incontro del primo luglio 1992 - volutamente dimenticato - tra lo stesso Mancino e Paolo Borsellino

Per Minasi, Borsellino sarebbe stato chiamato al Viminale “per diventare un attore della trattativa” ma il magistrato avrebbe immediatamente “rifiutato”“Napolitano - insiste Minasi - ha cercato di coprire nella maniera più spudorata la segretezza delle sue conversazioni. Quale spiegazione si può dare a tutto questo? Coprire una trattativa che a nessun costo si deve far scoprire”. 

“Una volta mi chiesero chi fosse stato per me il peggior presidente della Repubblica che abbiamo avuto in Italia. Stavo per rispondere 'Cossiga', poi ci ho ripensato un attimo e ho affermato con convinzione: Napolitano!”.

Si torna quindi a parlare nello specifico del caso del giovane urologo barcellonese. “Ho sempre inquadrato l'assassinio di Attilio Manca come uno degli episodi della trattativa - ribadisce l'ex pg -. Penso che lui sia stato 'adoperato' per operare Provenzano, o per preparare, nell'assoluto segreto, questa operazione”. Secondo Minasi “se si è mosso un Presidente della Repubblica con un conflitto di attribuzione, a maggior ragione c'è chi si muoverà in tutte le maniere possibili per fermare il disvelamento di questo omicidio di Stato”. “A mio avviso - sottolinea di seguito -, a lume di logica e per tutta una serie di indizi presenti, l'assassinio di Manca si configura  come uno dei tanti assassinii di Stato e anche mafioso”. Attilio Manca sarebbe stato quindi un testimone scomodo della rete di protezione istituzionale eretta attorno a Provenzano e quindi andava eliminato? Minasi si dice d'accordo con questa ipotesi e aggiunge: “il fatto che Attilio Manca abbia curato Provenzano essendo consapevole della sua identità non basta per condannarlo a morte. Ma se per fare questo è venuto a conoscenza di particolari 'di contorno' sull'organizzazione di quella latitanza, allora, proprio per questa ragione, doveva assolutamente scomparire. Ripeto: Attilio Manca è indubbiamente un testimone di un sistema finalizzato a coprire la latitanza del boss. E in questo sistema vi facevano parte ovviamente elementi istituzionali”.

Per Minasi sussiste inoltre una sorta di parallelismo tra l'omicidio Manca e quello della giovane stiratrice di Villafranca. Graziella Campagna, inconsapevolmente, attraverso quel biglietto trovato nella tasca della giacca di Gerlando Alberti jr, è venuta a conoscenza di un insieme di frequentazioni anche istituzionali di quest'ultimo. A quel punto, anche se lei non aveva capito, era indispensabile eliminarla. Nel caso di Attilio Manca potrebbe essere successa una cosa analoga. E quindi viene costruita quella simulazione del suicidio in maniera piuttosto rozza: due buchi nel braccio sinistro di un mancino! Non dimentichiamo che tutto questo parte da un territorio, quello di Barcellona Pozzo di Gotto, dove senza ombra di dubbio ci sono personaggi 'disponibili' a realizzare simili azioni. 


Ora vengono fuori i testimoni che accusano Manca di avere fatto uso di eroina... non mi stupisco, 'loro' troveranno sempre qualcuno disponibile a gettare fango: o per paura, o perchè sotto minaccia, o perché è stato pagato. Il territorio di Barcellona è perfetto per questo tipo di operazioni”. 

Ed è approfondendo la questione geografica che emerge una particolare amarezza dell'ex magistrato. “Il territorio del messinese - evidenzia Minasi - ha una sua specificità che ho cercato di analizzare negli anni e che poi mi ha indotto a gettare la spugna. Me ne sono andato in pensione a 65 anni (all'epoca si poteva ancora) perchè avevo capito che non c'era niente da fare. A un certo punto la battaglia era diventata inutile: non mi facevano lavorare...”. La città dello Stretto resta sempre sullo sfondo: “A Messina dovevano avvenire in piena tranquillità tutti i traffici possibili e immaginabili. Non a caso Villafranca Tirrena, Barcellona Castroreale erano diventate ricettacoli di latitanti di mafia, 'ndrangheta, camorra. Qui avvenivano i summit, perchè qui c'è un traffico di armi. E' questo il punto”. “Il controllo su tutto ciò che avviene a Messina - sottolinea l'ex pg - è capillare, e se qualche pedina non è al posto giusto la fanno saltare. Se qualcuno rompe i giochi se ne deve andare: o se ne va spontaneamente, o lo fanno andare. Non ammazzano, non hanno bisogno di ammazzare se non in casi limite come quello di Attilio MancaPenso anche all'omicidio di Matteo Bottari, per il quale non si è saputa e non si saprà mai la verità. Una delle 'voci' che circola è che lui sia sceso nei sotterranei del Policlinico universitario di Messina per controllare un carico di strumentazione che aveva ordinato per il reparto di gastroenterologia, che abbia aperto una di queste casse e abbia trovato invece delle armi. Evidentemente ne avrà parlato con qualcuno e immediatamente si è provveduto a eliminarlo”. 

“Anche su Beppe Alfano non si saprà mai tutta la verità. Alfano aveva indubbiamente scoperto quel 'sistema di latitanza protetta' che esisteva tra Barcellona, Castroreale, Villafranca, ed è stato ammazzato per questo”. 
Il post di Marcello Minasi si concludeva così: “Se fosse necessario sarebbero capaci di uccidere di nuovo come hanno fatto con il povero Attilio Manca. Non li sottovalutiamo, son delinquenti non migliori dei mafiosi, solo più ipocriti”. Ricordo al dott. Minasi che il pentito Carmelo D’Amico ha espressamente parlato della morte di Attilio Manca come di un omicidio mascherato da suicidio, D’Amico ha chiamato in causa mafia, massoneria e servizi segreti. Gli chiedo se quando ha scritto di non sottovalutare chi potrebbe uccidere ancora, si riferiva a questi poteri. “Sì, sono questi - risponde senza tergiversare -. C'è da dire, però, che quando usiamo il termine 'massoneria' lo facciamo in modo improprio. La massoneria è una sorta di trampolino di lancio. L'organizzazione effettiva non è la massoneria storica, è piuttosto una rete fittissima che si avvale anche di un pezzo della massoneria: una massoneria parallela con logge 'deviate' che hanno agganci con quella ufficiale”. 

Minasi concorda sul fatto che il caso di Attilio Manca rappresenta a tutti gli effetti un mistero tipicamente italiano dove spesso non bastano decenni per arrivare alla verità. “Secondo me non si riuscirà mai ad arrivare alla verità sull'omicidio di Attilio Manca. E' un tipico mistero italiano, un tipico mistero messinese...”. Poi, però, ci ripensa: “Chissà... si può anche incappare in un magistrato coraggioso... Certo, a Viterbo non mi sembra però che la situazione sia rassicurante... E comunque, io ripongo la mia piena fiducia nei due legali della famiglia Manca, Fabio Repici e Antonio Ingroia. Tutta la mia speranza è riposta in loro. Probabilmente è l'unica”. 

da ANTIMAFIADUEMILA

“I fatti sono fatti” - Mario Ciancio Sanfilippo, l’uomo d’affari della Sicilia

Al telefono: “È andato tutto secondo le previsioni” diceva l’editore Mario Ciancio Sanfilippo. “Esattamente” gli rispondeva il sindaco Bianco. Ciancio confessava la sua preoccupazione sull’assessore D’Agata che “non aveva detto chiaramente che si asteneva” – Su cosa? Non ci è dato saperlo. “Ma i fatti sono fatti e continuiamo ad andare avanti” gli diceva Ciancio. E Bianco gli rinnovava l’invito “ci sentiamo nei prossimi giorni… io sabato apro la campagna come sai eh!”. 

Ivana Sciacca - 16/01/2017 

Il sindaco Bianco interrogato dalla Commissione antimafia ha detto che quella era una semplice telefonata in vista delle elezioni comunali del 2013. Bianco all’epoca non sapeva che l’editore fosse indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. 

Ma questo signor Ciancio chi è? 
Rinfreschiamo la memoria anche al sindaco. *** Mario Ciancio Sanfilippo non è soltanto il proprietario del principale quotidiano dell’isola, “La Sicilia”. Possiede quote azionarie in altri giornali regionali e nazionali, ed è sua anche l’emittente televisiva Antenna Sicilia. Possiede anche terreni, colleziona arte antica e investe nell’edilizia, nell’agricoltura e nella grande distribuzione. 

Sono tanti gli episodi cruciali che hanno caratterizzato la vita di quest’uomo d’affari, ma qui ne ricorderemo solo alcuni per ragioni di spazio. La parabola del signor Ciancio va di pari passo con la linea editoriale del suo giornale. 

Nel 1984, quando i Santapaola uccisero il giornalista Giuseppe Fava, il quotidiano “La Sicilia” parlava di microcriminalità, di delitto passionale. E scriveva che la mafia, quella vera, a Catania non esisteva, perché non c’erano i Liggio o i Riina. Nel 1986 la famiglia di Beppe Montana, assassinato dalla mafia l’anno precedente, si rivolse al giornale per un necrologio con cui ricordare il sacrificio del commissario e rinnovare “ogni disprezzo alla mafia e ai suoi anonimi sostenitori”. Ciancio ne vietò la pubblicazione perché non era di pertinenza degli inserzionisti “dare giudizi” – dare giudizi sulla mafia. 

Nel 1994 sullo stesso quotidiano veniva pubblicata l’intervista fatta a Nitto Santapaola che dichiarava di essere “innocente e ingiustamente accusato”. Per mantenere viva la tradizione, nel 2008 lo stesso quotidiano pubblicava la lettera del figlio del boss, Vincenzo Santapaola. Fece scalpore che un detenuto in regime 41 bis avesse trovato il modo di farsi pubblicare una lettera da un giornale. All’epoca il vicedirettore de “La Sicilia”, Domenico Tempio, dichiarò che la lettera era stata recapitata dai legali del boss e che “qualsiasi giornale avrebbe pubblicato una lettera del genere”. 30 novembre 

2010: la Procura di Catania scrive il signor Ciancio nel registro degli indagati per i suoi presunti rapporti con cosa nostra, nello specifico con il clan dei Santapaola. Di questi rapporti ne parla il collaboratore di giustizia Angelo Siino. Invece Massimo Ciancimino rivela che parte delle azioni del Giornale di Sicilia sono state acquistate da Ciancio con la benedizione del padre, Vito Ciancimino, e del boss Bernardo Provenzano. 

L’anno precedente la trasmissione Report aveva fatto un’inchiesta sul centro commerciale “Le porte di Catania”, costruito su uno dei terreni di Ciancio. La procura decide di indagare anche su questo “affare”. Nel 2010 è sempre il collaboratore di giustizia Angelo Siino a svelare nuovi retroscena, raccontando di quella volta che accompagnò il boss Ercolano alla redazione de “La Sicilia”. Il boss era infuriato con il giornalista Concetto Mannisi che aveva scritto un articolo sulla società AVEMAC, procurandogli non pochi danni. Ercolano ne minacciò addirittura l’uccisione, ma finì che si limitò a rimproverare il giornalista davanti al direttore e al capocronista. Ciancio, interrogato dai magistrati, non smentì quell’incontro ma disse che si era svolto “in tono scherzoso”. 

*** Ma immergiamoci nel presente. Nonostante il processo per concorso esterno in associazione mafiosa a carico di Ciancio sia ancora in corso, il 3 dicembre 2016 nella sede de “La Sicilia” viene organizzato il Forum anticorruzione. Presiede il signor Ciancio e vi partecipano il presidente della Regione Rosario Crocetta, il sindaco di Catania Enzo Bianco, il procuratore di Ragusa Carmelo Petralia, il consigliere dell’autorità anticorruzione Michele Corradino e il presidente dell’Ance Giuseppe Piana. Insieme si organizzeranno per combattere la mafia, perché alla fine il vero problema della Sicilia è… “la lentezza burocratica”! 

[fonte isiciliani.it]

16 gennaio 2017

Processo Mileti: focus sulle impronte mancanti a casa di Attilio Manca



di Lorenzo Baldo


Quei misteri irrisolti dietro le dichiarazioni di un poliziotto della questura di Viterbo

Impronte in casa di Attilio Manca“Non ne abbiamo trovate”. La risposta è lapidaria. Al processo Mileti il vicesovrintendente della Questura di Viterbo, Stefano Belli, risponde così al giudice Silvia Mattei. Il sito Tusciaweb riporta le sue laconiche dichiarazioni. Nessun mistero, quindi, per il poliziotto della scientifica intervenuto nell’appartamento del giovane urologo barcellonese subito dopo il ritrovamento del suo cadavere. Belli spiega quindi di aver utilizzato polveri di alluminio e di non aver trovato nulla, per poi lasciare il campo ai colleghi di Roma. Che successivamente avevano invece individuato l’impronta del cugino di Attilio, Ugo Manca. Un personaggio che, al momento, è uscito di scena.

“Anche ove si accertasse che l’impronta rinvenuta nel bagno dell’abitazione di Attilio Manca e attribuita a Ugo Manca fosse stata lasciata dopo la visita dei genitori di Attilio (risalente al Natale del 2003) e successivamente alla cena di quest’ultimo con gli amici del 6 febbraio 2004, tenuto conto del fatto che la morte di Attilio Manca è di cinque/sei giorni dopo, non se ne potrebbe certo inferire – se non a titolo di mera supposizione – la responsabilità di Ugo Manca circa la morte del cugino”. Era il 26 luglio 2013 quando il Gip Salvatore Fanti poneva il suo sigillo (anche) su questo specifico punto. Nel suo dispositivo di archiviazione veniva messa la parola fine in merito alla posizione di Ugo MancaLorenzo MondelloAndrea PirriAngelo Porcino e Salvatore Fugazzotto per la morte di Attilio Manca. Nient’altro da aggiungere? Forse si. E il più titolato a farlo è indubbiamente uno dei due legali della famiglia Manca, Fabio Repici, che assieme ad Antonio Ingroia si batte da anni per fare luce sulla morte del giovane medico siciliano. 

Intervistato alcuni mesi fa ci ha chiarito una volta per tutte questo “dettaglio”. “In casa di Attilio – ha spiegato Repici – furono trovate 14 impronte sue, 4 impronte non attribuibili a lui, né a Monica Mileti, né agli amici che furono a casa di Attilio nella sera del 6 febbraio 2004. Infine, c’è l’impronta attribuita a Ugo Manca, ritrovata sulle piastrelle del bagno di casa di Attilio, e da Ugo Manca in un’intervista a ‘Chi l’ha visto?’ di anni dopo spiegata con l’appoggio di una mano al muro uscendo dal box doccia. Ora, che una persona possa ricordarsi dopo anni come, in un momento in cui non ci sarebbe stata ragione di prestarci attenzione, abbia potuto lasciare un’impronta, che si assume innocua, su una parete è situazione la cui ragionevolezza farei valutare al dr. Petroselli” (ex pm di Viterbo, ndr). 

Per Repici c’erano e ci sono ugualmente “altri dati obiettivi” su cui correva l’obbligo di investigare. “Nella casa non furono trovate impronte dei familiari di Attilio, che ci trascorsero i giorni precedenti il Natale 2003 (quindi in epoca successiva alla presenza di Ugo Manca di metà dicembre 2003), e nemmeno degli amici di Attilio la cui presenza a casa sua è certa nella sera del 6 febbraio 2004”. Il legale dei Manca sottolineava quindi la stranezza di questo dato. E proprio in merito a quello che aveva definito “l’anomalo mantenimento” dell’impronta di Ugo Manca per oltre due mesi e mezzo (le impronte furono repertate a inizio marzo 2004) nel bagno di casa di Attilio, era stato lo stesso Repici a evidenziare come fosse stato impossibile chiarire questo aspetto fondamentale. 

“Quando, nell’udienza dell’incidente probatorio, ho chiesto al consulente tecnico come potesse spiegarsi la presenza di quell’impronta nella stanza più piccola e più umida e con la temperatura più alta (tralasciamo poi le condizioni di fatto descritte da Ugo Manca: in mezzo ai vapori della doccia appena finita e con le mani bagnate!), fu proprio il difensore di Ugo Manca, che evidentemente aveva ragione di temere la risposta dell’esperto, a fare opposizione alla mia domanda e a impedire, con il consenso del Gip, che il consulente tecnico rispondesse”. Il legale siciliano aveva quindi concluso aggiungendo che “in via generale, il consulente tecnico ha spiegato che le impronte tendono a sparire più velocemente in relazione alla maggiore umidità della stanza, alla presenza di vapore acqueo, alla scarsa porosità del materiale sul quale sono state apposte (scivolosissime piastrelle di ceramica, appunto)”. A futura memoria.

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